Cina. Parata della Vittoria. A Pechino c’è anche D’Alema!
Ci sono immagini che raccontano più di mille parole. Alcune restano, altre sbiadiscono. Ma quella di Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio italiano, presente alla parata militare di Pechino, ha un peso specifico che difficilmente potrà essere dimenticato. Non è solo una fotografia: è un manifesto politico. Ed è, senza mezzi termini, un manifesto inquietante.
Nel video divenuto virale, D’Alema parla di pace, amicizia e cooperazione tra i popoli. Ma quelle parole, pronunciate a pochi metri da Putin - l’uomo che ha scatenato una guerra nel cuore dell’Europa - e da Kim Jong-un - dittatore ereditario e protagonista di continui test missilistici - suonano vuote. La retorica del pacifismo, riciclata in contesti che la negano nella pratica quotidiana, è un esercizio di ipocrisia politica a cui, purtroppo, certa sinistra non ha mai smesso di indulgere.
È vero: D’Alema non era lì in veste ufficiale. Ma quando un ex premier - il primo post-comunista a guidare Palazzo Chigi - sceglie di essere ospite d’onore di una cerimonia militare nel cuore di piazza Tienanmen, il luogo dove venne schiacciato l’ultimo grande grido di libertà cinese, la distinzione tra privato e pubblico diventa evanescente. In politica, soprattutto internazionale, le immagini pesano quanto i trattati.
Nel video rilanciato sui social, sottotitolato in cinese, D’Alema parla di pace, amicizia e cooperazione tra i popoli. Parole in astratto condivisibili, ma che diventano quasi grottesche se pronunciate all’ombra dei missili nordcoreani, accanto a un presidente russo accusato di crimini di guerra e a un leader cinese che ha fatto dell’autoritarismo tecnologico un modello di governance globale. È il paradosso di un certo pacifismo a senso unico, incapace di denunciare le violenze quando arrivano da Est, pronto a indignarsi solo quando il dito è puntato verso Washington, Bruxelles o Tel Aviv.
E qui sta il cuore del problema. Per anni, il dibattito politico italiano ha incentrato la questione dei “nostalgici” solo sul versante destro dello spettro: chi inneggia al Ventennio, chi minimizza i crimini del fascismo, chi sdogana l’autoritarismo in nome dell’“ordine”. Ma si è ignorato il fatto che esiste anche un revisionismo di sinistra, altrettanto insidioso, che riabilita regimi illiberali purché si oppongano all’Occidente. Non si canta “Bella ciao”, si marcia con la bandiera della pace e poi si stringono mani insanguinate.
La sinistra riformista, quella che ha fatto della rottura con il comunismo il suo punto di partenza, si trova oggi imprigionata tra due fuochi: da una parte, una destra che flirta con l’illiberalismo sovranista; dall’altra, una frangia minoritaria ma rumorosa che continua a guardare con romanticismo ideologico a modelli autoritari come quello cinese, fingendo di non vedere i lager per uiguri, la censura di Stato, le minacce a Taiwan, la repressione a Hong Kong.
Il caso D’Alema riporta tutto questo alla luce. Non si tratta solo di una questione di “immagine” o di gusti personali nei viaggi istituzionali. Si tratta di scelte politiche, di simboli, di valori. Se la destra deve ancora fare i conti con i propri fantasmi - e spesso si rifiuta di farlo - lo stesso vale per una parte della sinistra che non ha mai rinnegato davvero le simpatie autoritarie del Novecento. Al massimo, le ha rivestite di nuovo vocabolario: non più “lotta al capitalismo”, ma “multilateralismo”; non più “fratellanza socialista”, ma “cooperazione globale”. Cambiano le parole, non le ambiguità.
La lezione è chiara: non esistono derive solo da una parte. Il passato non ha colore unico. L’autoritarismo non è esclusiva della destra. E chi, oggi, in nome del “dialogo” con potenze ostili alla democrazia liberale, si fa fotografare sorridente assieme a Putin e Kim, deve essere chiamato a rispondere con la stessa fermezza con cui si pretendono chiarimenti da chi fa l’occhiolino a Orban, Bolsonaro o Netanyahu.
La libertà non si difende a giorni alterni. La pace non è credibile se detta da chi applaude le parate militari. E la coerenza non è una virtù part-time. Lo sguardo indulgente verso certe derive orientali, purché “alternative” all’Occidente, non è più accettabile. È solo un altro modo, meno urlato ma altrettanto pericoloso, per non fare mai davvero i conti con la storia.
Ecco perché quell’immagine, oggi, pesa come un macigno. E ci ricorda che la vigilanza democratica non può permettersi punti ciechi. Né a destra, né a sinistra.