Khamenei ucciso nei raid Usa-Israele. Ma la guerra continua e le domande sul perché aumentano
L’ayatollah Ali Khamenei è stato ucciso sabato, a 86 anni, in una serie di raid aerei condotti da Stati Uniti e Israele che hanno polverizzato il complesso dove risiedeva nel centro di Teheran. A darne notizia sono stati i media di Stato iraniani.
Ma la morte della Guida Suprema non ha fermato le bombe. Anche oggi gli attacchi israeliani sull’Iran sono proseguiti, mentre Teheran risponde colpo su colpo. Il conflitto, lungi dall’esaurirsi, sembra entrare nella sua fase più pericolosa: quella della spirale incontrollata.
Il presidente americano Donald Trump ha sostenuto che questa guerra sarebbe necessaria per garantire la sicurezza degli Stati Uniti. Non in Medio Oriente, non nelle basi americane nella regione: negli Stati Uniti. Un’affermazione che lascia interdetti.
Trump ha poi evocato l’obiettivo di un “cambio di regime” a Teheran. Come? Non lo ha spiegato. E difficilmente potrebbe farlo. Perché un cambio di regime non si realizza con bombardamenti dall’alto. La storia recente insegna che senza un esercito sul terreno, senza un’occupazione, senza un controllo diretto del territorio, i governi non cadono. O, se cadono, lasciano il posto al caos.
L’unico precedente citato in queste ore è la Serbia di Slobodan Milosevic, che cedette dopo settimane di bombardamenti NATO. Ma la Serbia era un Paese piccolo, isolato, logorato. L’Iran è un gigante regionale, con 90 milioni di abitanti, una struttura statale radicata e una rete di alleanze che attraversa tutto il Medio Oriente.
Senza truppe di terra, l’idea di un “regime change” appare più uno slogan politico che una strategia militare.
E allora a chi giova questa guerra?
Di certo non agli iraniani, che pagano il prezzo più alto in termini di vittime civili, distruzioni e instabilità. Ma non giova nemmeno agli israeliani, se è vero che nelle prime 24 ore di guerra si contano già nove morti a causa delle risposte iraniane, con il celebrato scudo difensivo israeliano che già mostra falle preoccupanti.
La guerra sembra piuttosto rispondere a esigenze politiche interne. Per Trump, una prova di forza utile a rinsaldare il consenso attorno alla leadership e a proiettare l’immagine di un presidente deciso. Per il premier israeliano Benjamin Netanyahu, un’operazione che rafforza il profilo di uomo della sicurezza in vista delle prossime elezioni e di una sentenza del tribunale che non potrà ritardare all'infinito.
A rendere ancora più inquietante il quadro, le indiscrezioni secondo cui gli stessi vertici militari statunitensi avrebbero avvertito la Casa Bianca che la capacità di attacco sostenibile degli Stati Uniti sarebbe inferiore alle due settimane. Un conflitto lungo, dunque, rischierebbe di trasformarsi in un’impasse per Washington.
Bombardare è relativamente facile. Vincere è un’altra cosa. E stabilizzare lo è ancora di più.
Se l’obiettivo è la sicurezza, la strada intrapresa sembra condurre nella direzione opposta: verso un Medio Oriente incendiato, un Iran radicalizzato e un conflitto che può allargarsi ben oltre i suoi confini.
La domanda resta sospesa, drammatica: questa guerra serve davvero alla pace e alla sicurezza globale, o è l’ennesima dimostrazione di come la politica, quando perde il contatto con la realtà, finisca per affidarsi alle bombe come unica risposta?
Quel che è drammaticamente sicuro è che a pagarne il prezzo non saranno né Trump, né Netanyahu, né i pasdaran... ma la popolazione civile.