Economia

Il grande silenzio sulle pensioni: ma perché non ne parla più nessuno? Risponde Gregorio Scribano.

Le pensioni, fino a ieri, erano al centro della campagna elettorale, la materia prima del dibattito pubblico italiano. Oggi, invece, nulla, non se ne parla più. Nessun dibattito, nessuna proposta, nessuna riforma, nessuna indignazione. La politica e i media sembrano aver steso un velo pietoso sul tema, come se non esistesse più.

Eppure, il sistema pensionistico italiano è una bomba a orologeria che ticchetta da anni. Le casse dell’INPS arrancano, saccheggiate dall'assistenzialismo a gogo, il lavoro si fa precario, e il “patto generazionale” che reggeva il sistema previdenziale è in profonda crisi. Si lavora, si versano contributi, ma nessuno sa se, quando e in quale misura li rivedrà indietro.

Per capire le ragioni di questo silenzio assordante e le conseguenze che porta con sé, abbiamo intervistato Gregorio Scribano, opinionista politico e analista dei media, attento da sempre alle problematiche sociali, pioniere del giornalismo partecipativo in Italia. Laureato e specializzato in Informazione e comunicazione tecnologica, da anni osserva i cambiamenti sociali ed economici del Paese con uno sguardo che intreccia tecnologia, informazione e diritti sociali. E sulle pensioni ha un giudizio netto: «Non se ne parla più perché non conviene più parlarne».

Dottor Scribano, perché un tema che riguarda milioni di italiani è sparito dal dibattito pubblico?

«Perché parlarne non conviene. Le pensioni, con questi chiari di luna, non portano voti, e soprattutto non prevedono soluzioni rapide e vantaggiose per i lavoratori.
Negli anni Ottanta e Novanta erano il terreno delle grandi promesse politiche, oggi sono diventate un capitolo di contabilità, qualcosa di tecnico, difficile da comunicare e impossibile da risolvere nel breve periodo.
E i media, a loro volta, preferiscono ciò che fa rumore, non ciò che pesa davvero sulla vita delle persone. Parlare di pensioni significa parlare di numeri, di responsabilità, di futuro: tre parole che in Italia non vanno più di moda.»


Lei ha definito il sistema pensionistico italiano una “bomba a orologeria”. Perché?

«Perché il meccanismo è instabile da anni e nessuno ha il coraggio di metterci mano.
Abbiamo un Paese che invecchia, pochi giovani che lavorano, tanti contratti precari e troppo sommerso.
I contributi versati oggi non bastano a pagare le pensioni di domani.
A questo si aggiunge un’evasione contributiva enorme e decenni di promesse senza copertura.
Il risultato è chiaro: il sistema regge solo perché continuiamo a fingere che regga.»


Sta dicendo che il sistema rischia di diventare anche socialmente ingiusto?

«Lo è già.
Chi può permettersi una previdenza integrativa o un fondo privato riuscirà ad avere una vecchiaia dignitosa.
Chi vive di lavori intermittenti o con stipendi bassi, no.
La disuguaglianza entra così a piedi uniti anche nella vecchiaia: la pensione diventa un privilegio, non un diritto.
E quando succede questo, vuol dire che il patto sociale si è rotto.»


Ogni volta che si parla di riforma delle pensioni, la risposta è sempre la stessa: “i soldi non ci sono”. È una giustificazione reale o un alibi?

«Un alibi, diventato mantra.
Dire “i soldi non ci sono” è comodo, chiude il discorso e sposta la responsabilità altrove.
Ma non basta dire che non ci sono: bisogna spiegare perché.
Forse non ci sono perché l’evasione è altissima, perché il lavoro è frammentato, perché si spendono male le risorse pubbliche.
E soprattutto, non si possono chiedere ai lavoratori sacrifici continui senza dire chiaramente dove vanno a finire i loro contributi. La trasparenza, oggi, è l’unica forma di fiducia che resta.»


Cosa resta, invece, ai giovani che entrano oggi nel mondo del lavoro?

«Resta l’incertezza, e la consapevolezza che difficilmente avranno una pensione come quella dei loro genitori. Ecco perchè in numero sempre crescente preferiscono emigrare all'estero.
Qui in Italia vivono nel paradosso della precarietà permanente: versano poco, in modo discontinuo, spesso tardi.
E ogni anno che passa, l’età pensionabile si allontana di un passo.
È come correre verso una linea d’orizzonte che non si raggiunge mai.
Se non si interviene adesso, avremo intere generazioni condannate a lavorare per tutta la vita.»


In un suo articolo lei ha lanciato una 'provocazione': se lo Stato non è più in grado di garantire una vecchiaia dignitosa, perché non lo ammette apertamente?

«Sì, perché fingere non serve più.
Se lo Stato non è in grado di mantenere la promessa fatta ai cittadini, deve almeno avere il coraggio di dirlo.
Potrebbe sembrare una resa, ma sarebbe una resa onesta.
Continuare a tacere, pensare che il sistema previdenziale sia solido, costringendoli a lavorare fino a 70 anni per poi restituirgli in cambio una miseria di pensione è una doppia fregatura: si lavora più a lungo per guadagnare di meno e riscuotere una pensione da fame!»


C’è poi il tema dell’evasione fiscale e contributiva. Quanto pesa sul sistema?

«È il grande non 'risolto' di sempre.
Finché milioni di italiani continueranno a non pagare quanto dovuto, il sistema sarà ingiusto e insostenibile.
È più facile spremere chi già paga tutto che inseguire chi evade da decenni.
Ma così si distrugge il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini.
La verità è che non c’è giustizia previdenziale senza giustizia fiscale. E questo, purtroppo, nessuno ha il coraggio di dirlo a voce alta.»


Ma non basta denunciare, bisogna anche proporre. E allora, ecco cosa potrebbe fare lo Stato?

«Esattamente. E allora le cose da fare, a prescindere da ogni orientamento e schieramento politico, possono riassumersi brevemente in sette punti:

1. Trasparenza totale sui contributi. Ogni lavoratore dovrebbe poter sapere, in tempo reale, quanti contributi ha versato, quanto gli spetta e quale pensione può realisticamente attendersi. Basta simulazioni ottimistiche: servono dati veri, accessibili, personalizzati.

2. Separare previdenza e assistenza. L’INPS oggi gestisce tutto: pensioni sociali e d'invalidità, sussidi, bonus, redditi di cittadinanza, cassa integrazione, ecc.. È un calderone in cui si mescolano contributi versati e spesa sociale. Va fatta una distinzione netta: i soldi dei lavoratori devono finanziare le pensioni, non l’assistenzialismo.

3. Creare un Fondo pubblico di previdenza integrativa. Se si spinge verso la previdenza privata, allora lo Stato deve offrire un’alternativa pubblica, trasparente e garantita, dove i cittadini possano investire una parte dei loro risparmi con tutele reali e costi minimi. Un modo per non lasciare il futuro dei lavoratori in mano solo alle banche e alle assicurazioni.

4. Incentivare il risparmio previdenziale anche per chi guadagna poco. Oggi i benefici fiscali della previdenza integrativa vanno soprattutto a chi ha redditi medio-alti. Ma è chi ha redditi bassi che ha più bisogno di una pensione integrativa. Servono incentivi mirati: contributi figurativi aggiuntivi, micro-versamenti automatici, bonus pubblici per chi risparmia in modo costante.

5. Rivedere l’età pensionabile in modo flessibile. Non si può pensare che un lavoratore debba lavorare fino a settant’anni. Serve un sistema flessibile, che tenga conto della tipologia di lavoro, dello stato di salute e degli anni effettivi di contribuzione. Chi ha iniziato a lavorare presto deve poter andare in pensione prima.

6. Colpire l’evasione contributiva, non chi già paga. Ogni euro di contributi evaso è un euro rubato alle pensioni future. Lo Stato deve investire in controlli veri, digitalizzare i flussi, incrociare i dati fiscali e previdenziali. È assurdo continuare a chiedere sacrifici a chi paga tutto, mentre altri restano impuniti.

7. Dire finalmente la verità ai cittadini. Lo Stato deve avere il coraggio di ammettere che il modello pensionistico del passato non è più sostenibile così com’è. Ma dire la verità non significa arrendersi: significa aprire un nuovo patto sociale, basato su trasparenza, corresponsabilità e giustizia. Perché la vecchiaia dignitosa non può diventare un lusso, deve restare un diritto.»


Dottor Scribano, in conclusione: cosa direbbe a chi oggi lavora e non crede più nella pensione?

«Direi che, oggi, il silenzio sulle pensioni è il vero segnale d’allarme.
Quando un Paese smette di parlare di pensioni, vuol dire che ha smesso di pensare al proprio futuro.
Le pensioni non sono un problema contabile: sono il simbolo di un patto di fiducia tra Stato e cittadini.
Rompere quel patto significa ammettere che la vecchiaia dignitosa è diventata un privilegio.
Ma la dignità non dovrebbe mai essere un privilegio: dovrebbe essere un diritto.»
 

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
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