Nell’anno dell’ennesima debacle calcistica nazionale, il tennis italiano si scopre, più che mai, una macchina economica capace di macinare numeri da grande industria. Gli Internazionali di tennis di Roma 2026 segnano un record di ingressi, con oltre 400mila biglietti venduti, ricavi da ticketing vicini ai quaranta milioni di euro, sponsor per circa ventotto milioni e diritti televisivi per altri quindici. È il ritratto di un business che cresce, si allarga, attira capitali, moltiplica partner commerciali — oltre quaranta — e trasforma il Foro Italico in una piattaforma sportiva, mediatica e finanziaria che, almeno nei bilanci, sembra non conoscere crisi.

La sinnermania, in questo quadro, non appare più come una fiammata emotiva o una moda passeggera, ma come una cassaforte capace di generare utili, visibilità e nuova centralità per un movimento che si presenta come il nuovo volto vincente dello sport italiano. Il torneo romano, secondo le stime della federazione, avrebbe prodotto anche un indotto economico sul territorio intorno al miliardo di euro. Soldi, tanti soldi, che raccontano una storia apparentemente trionfale: quella di un evento diventato attrattore turistico, vetrina internazionale, occasione commerciale e simbolo di un’Italia sportiva che, almeno sui campi da tennis, riesce ancora a vendersi benissimo.

Fin qui tutto bene, o quasi. Perché dietro la crescita vertiginosa dei ricavi e l’entusiasmo per il numero 1 della classifica ATP si apre una questione meno celebrata, ma molto concreta: il costo dell’accesso. Per andare a vedere la finale di domani, il biglietto più economico costa seicento euro, mentre quello più caro, presentato come una sorta di suite, arriva a circa 2700 euro. Prezzi che alcuni media francesi hanno definito “indecenti” e che il presidente della FITP, Angelo Binaghi, ha invece difeso sostenendo che, con tariffe più alte, si otterrebbe come contropartita un pubblico più educato e meno turbolento.

È una frase che, al di là della provocazione, dice molto del cambio di pelle del tennis italiano: da sport popolare nella passione collettiva a prodotto premium nell’esperienza dal vivo. 

In questo grande tripudio di denaro, però, resta il solito tasto dolente italiano: quello dei lavoratori. Non è una novità, in un Paese dove i salari reali sono fermi da circa trent’anni, ma colpisce ancora di più quando emerge accanto a un evento che parla di record, sponsor, diritti televisivi, suite e indotto miliardario. “Ho fatto turni di otto ore, pagati circa 6 euro l’ora”, racconta una ragazza, che ha lavorato per una settimana al nuovo campo ribattezzato BNP arena. È una delle persone incaricate di regolare l’ingresso sugli spalti durante i cambi di campo, evitando che gli spettatori entrino tra un punto e l’altro. Un lavoro invisibile, ma essenziale per il funzionamento del torneo, svolto anche tra proteste, pressioni e insulti da parte di chi pretendeva comunque di passare.

Sono centinaia i ragazzi e le ragazze, molti universitari, che hanno firmato un contratto a chiamata per lavorare al Foro Italico. Cambiano i turni, da cinque a otto ore, a seconda della mansione, ma non cambia la remunerazione: poco più di sei euro l’ora. Una cifra che stride con i numeri complessivi dell’evento e che diventa ancora più problematica se si considera che alcuni lavoratori non conoscono neppure con precisione l’ammontare della paga, perché non hanno ricevuto copia del contratto. “Lo abbiamo letto al volo e firmato qui, dopo aver fatto un corso di formazione, naturalmente gratuito”, spiega una studentessa di odontoiatria. A questo si aggiunge un altro dettaglio: “Dobbiamo arrivare anche trenta minuti prima, non retribuiti”.

La sproporzione tra il valore prodotto dall’evento e quello riconosciuto a chi lo rende materialmente possibile è tutta qui. Da una parte, biglietti da centinaia o migliaia di euro, sponsor milionari, diritti televisivi e indotto da capogiro; dall’altra, giovani lavoratori pagati sei euro e qualcosa l’ora, senza pasti garantiti e con mezz’ora di anticipo non retribuita. “In compenso ci forniscono l’acqua”, racconta una studentessa di giornalismo alla IULM, che dal 4 maggio ha lavorato per una settimana sui campi secondari. I pasti sono previsti? “Neanche un panino”.

Il paradosso diventa quasi grottesco se si pensa che, all’interno dello stesso contesto in cui si lavora per sei euro l’ora, un pasto da Eataly di Farinetti può arrivare a costare quasi l’equivalente di quattro ore di lavoro. Meglio aspettare il ritorno a casa, allora, mentre fuori il torneo celebra il proprio successo e dentro il sistema continua a mostrare la sua vecchia crepa: l’incapacità di distribuire in modo credibile una parte della ricchezza che produce.

L’effetto Sinner, dunque, non è uguale per tutti. Per il tennis italiano è una miniera d’oro, per la federazione una leva di potere economico e sportivo, per gli sponsor una vetrina, per il pubblico più facoltoso un’esperienza esclusiva da acquistare a caro prezzo. Per molti ragazzi e ragazze che lavorano al Foro Italico, invece, resta un turno da cinque o otto ore, una paga intorno ai sei euro, nessun panino, qualche insulto da incassare e l’acqua come unico benefit. Il tennis corre, incassa e conquista il centro della scena. Ma sotto le tribune, lontano dalle suite e dai riflettori, l’Italia dei bassi salari continua a giocare sempre la stessa partita.


Fonte: il manifesto