Tornare a Gerusalemme con gioia, nel cuore della tempesta
La lunga lettera alla Chiesa di Terra Santa non offre soluzioni politiche, ma una sfida radicale: vivere il conflitto senza lasciarsi contaminare dalla sua logica
C’è un passaggio, verso la fine del testo, che riassume meglio di ogni altro il senso di questa lunga e densa lettera pastorale: non si tratta di capire come uscire dal conflitto, ma come abitarlo. È una frase che suona quasi come una resa, e invece è l’esatto contrario. È una presa d’atto della realtà – brutale, permanente, apparentemente senza via d’uscita – e insieme un tentativo di rovesciarne il significato.
La lettera, indirizzata alla Chiesa di Gerusalemme ma pensata per un orizzonte ben più ampio, parte da una constatazione che non lascia spazio a illusioni. Il tempo che si è aperto dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza non è semplicemente una fase più acuta di un conflitto già noto. È uno spartiacque. Un “dopo” in cui le categorie con cui si è cercato per decenni di interpretare la realtà – diritto internazionale, multilateralismo, convivenza, dialogo – appaiono logore, svuotate, incapaci di incidere.
Il quadro che emerge è quello di un mondo che ha smesso di credere alle regole che si era dato. La guerra torna a essere non solo uno strumento, ma quasi un linguaggio naturale. La forza prevale sul diritto, e la distinzione tra civili e combattenti si assottiglia fino a scomparire. In questo scenario, anche le istituzioni – politiche, internazionali, religiose – sembrano spesso spettatrici impotenti, quando non complici silenziose.
Ma la crisi non è solo esterna. È dentro le persone. È nella frattura delle relazioni, nell’odio sedimentato, nella sfiducia che rende impossibile persino immaginare un futuro diverso. È nella polarizzazione che spinge individui e comunità a rinchiudersi in enclave identitarie sempre più chiuse, dove l’altro non è più un interlocutore, ma una minaccia. È nella perdita di senso di parole che per anni hanno rappresentato un orizzonte: pace, diritti, giustizia. Parole che oggi, di fronte alle immagini quotidiane di morte e distruzione, sembrano appartenere a un altro mondo.
In questo deserto, la lettera non propone scorciatoie. Non cerca soluzioni politiche, né si addentra in analisi geopolitiche. Non perché le ritenga inutili, ma perché le considera insufficienti. Il punto, insiste, non è trovare una via d’uscita immediata, ma capire quale forma di vita sia possibile dentro questa realtà.
È qui che entra in gioco la dimensione teologica, che rappresenta il vero asse del testo. L’immagine attorno a cui ruota la riflessione è quella della Gerusalemme dell’Apocalisse, la città che “scende dal cielo”. Non una città conquistata, costruita dall’uomo, difesa da confini e proprietà, ma una città ricevuta come dono. Una città le cui porte sono sempre aperte, dove non esiste un tempio separato perché Dio abita direttamente tra gli uomini, e dove la luce non è quella del potere, ma quella dell’Agnello, simbolo di una forza che si esprime nel dono e non nel dominio.
È una visione che entra in collisione frontale con la realtà concreta di Gerusalemme, città contesa, frammentata, attraversata da rivendicazioni esclusive. E proprio per questo assume un valore politico, anche se la lettera evita volutamente il linguaggio della politica. Quando afferma che Gerusalemme non può appartenere a qualcuno contro altri, ma deve essere condivisa, non sta facendo un’astrazione spirituale. Sta mettendo in discussione uno dei nodi più esplosivi del conflitto.
Ma il punto più radicale è un altro. La città descritta nell’Apocalisse non è solo un’utopia futura. È un modello per il presente. Non invita a fuggire dalla storia, ma a viverla in modo diverso. A costruire relazioni invece di difendere identità chiuse. A considerare la diversità non come una minaccia, ma come una ricchezza. A rifiutare la logica del possesso – della terra, della memoria, della verità – che trasforma ogni differenza in un conflitto.
In questo senso, la riflessione sulla “memoria tossica” è uno dei passaggi più lucidi e, allo stesso tempo, più scomodi del testo. La memoria, si legge, può diventare un’arma. Può essere usata per giustificare l’odio, per negare la sofferenza dell’altro, per costruire narrazioni chiuse che impediscono qualsiasi forma di riconciliazione. Redimere la memoria non significa dimenticare, ma liberarla da questa funzione distruttiva. È un’operazione che non ha nulla di diplomatico. È profondamente spirituale, perché tocca le radici dell’identità.
Da questa visione discendono le implicazioni concrete, che occupano l’ultima parte della lettera. E qui il discorso si fa sorprendentemente concreto. La Chiesa non è chiamata a fare grandi gesti simbolici, ma a trasformare la vita quotidiana. Le parrocchie, le famiglie, le scuole, gli ospedali diventano i luoghi in cui questa visione può prendere forma. Non attraverso programmi straordinari, ma attraverso gesti ordinari: educare i figli a non odiare, raccontare la storia senza veleno, curare chi soffre senza chiedere da che parte stia, creare spazi di incontro in un contesto che spinge alla separazione.
È una proposta che può sembrare minima rispetto alla grandezza del problema. Ma è proprio qui che la lettera gioca la sua carta più forte. Rifiuta l’idea che la trasformazione debba necessariamente passare per decisioni dall’alto. Indica invece un cambiamento che parte dal basso, dalle relazioni, dalla vita concreta delle comunità.
Non manca, tuttavia, un elemento di tensione. Il testo riconosce apertamente il rischio che anche la Chiesa possa aver privilegiato, in alcuni momenti, la prudenza e la sopravvivenza istituzionale a scapito di una testimonianza più profetica. È una domanda che rimane aperta e che attraversa l’intero documento: come dire la verità senza alimentare nuove divisioni? Come essere presenti senza diventare parte della logica del conflitto?
La conclusione torna al punto di partenza, ma con un tono diverso. L’immagine evangelica dei discepoli che, dopo la paura e lo smarrimento, tornano a Gerusalemme “con grande gioia” non è un invito all’ottimismo. È una dichiarazione di fede. La gioia di cui si parla non nasce dalle circostanze, ma dalla convinzione che la storia non è abbandonata al caos.
È una posizione controcorrente, quasi provocatoria in un contesto in cui tutto sembra spingere verso il cinismo o la rassegnazione. E proprio per questo è difficile da accettare. Chiede di rinunciare a una cosa che, in tempi come questi, appare quasi inevitabile: l’odio come risposta al dolore.
Alla fine, la lettera non offre soluzioni. Offre una postura. Un modo di stare dentro la realtà senza esserne assorbiti. In un tempo in cui la guerra tende a diventare normalità, è già una forma di resistenza.