Gli impuniti al potere: sul caso Almasri la maggioranza alla Camera salva i ministri e affonda la giustizia
Nessuna sorpresa, solo l'ennesimo atto di un copione ormai logoro: quello dell'impunità di governo. La Camera ha votato no al processo per i ministri Carlo Nordio, Matteo Piantedosi e per il sottosegretario Alfredo Mantovano, tutti coinvolti nel caso della scandalosa scarcerazione del generale libico Almasri — un uomo accusato di torture e stupri. Il voto è stato una farsa perfettamente orchestrata: maggioranza compatta, presenza “precettata” e, come ciliegina sulla torta, la comparsata di Giorgia Meloni in persona, accorsa a blindare i suoi uomini.
Tre votazioni, tre risultati identici: 251 sì e 117 no per Nordio, 256 sì e 106 no per Piantedosi, 252 sì e 112 no per Mantovano. Traduzione: la Camera ha deciso che questi tre non devono neppure affrontare un giudice. Altro che separazione dei poteri: qui si è assistito a una pura operazione di salvataggio politico.
Meloni ha applaudito il suo piccolo esercito, si è complimentata con i ministri e poi se n'è andata. La scena è simbolica: il potere che arriva solo per proteggere se stesso, non per rispondere delle proprie azioni davanti ai cittadini.
Eppure, le accuse non sono quisquilie: favoreggiamento, peculato, omissione di atti d'ufficio. Tutto sepolto sotto una colata di voti “sì”, necessari – paradossalmente – a dire “no” all'autorizzazione a procedere. Il paradosso perfetto per un Parlamento che ormai parla una lingua rovesciata, dove la legalità diventa un fastidio e la complicità un dovere di partito.
Nordio, con la consueta arroganza di chi si sente intoccabile, ha definito “uno strazio delle norme” il lavoro del Tribunale dei ministri. Eppure lo strazio più grande è quello inflitto alla giustizia, piegata ai calcoli di una maggioranza che considera la legge un ostacolo, non un fondamento.
La narrazione ufficiale è pronta: “abbiamo agito per interesse pubblico”. Un mantra usato come scudo per ogni abuso, ogni forzatura, ogni vergogna. Ma quale interesse pubblico giustifica la liberazione di un criminale accusato di atrocità? Quale interesse superiore può cancellare l'obbligo morale e giuridico di rendere conto alla giustizia internazionale?
Le opposizioni, pur divise, hanno detto l'essenziale: nessun ministro è al di sopra della legge. Eppure, il voto di oggi afferma l'esatto contrario. Significa che chi siede al governo può mentire, manipolare, violare norme e convenzioni internazionali — e uscirne pulito, protetto dal sigillo parlamentare.
Questo non è solo un caso giudiziario: è un sintomo di un sistema politico malato, che si autoassolve e si autoprotegge. È un segnale chiaro: la fedeltà al potere conta più della verità, l'obbedienza più della giustizia.
Il Parlamento avrebbe potuto dare un segno di dignità, riaffermare un principio semplice ma vitale: la legge è uguale per tutti. Ha scelto invece di confermare che per chi governa, in Italia, la legge è negoziabile.
Oggi, con i voti che negano il processo, il governo Meloni ha messo la parola “fine” a un'altra pagina di credibilità istituzionale. E mentre i banchi del centrodestra applaudono, resta una sola certezza: la democrazia, quella vera, non applaude mai l'impunità.