Le prime vittime della Guerra all'Iran? Le famiglie in Asia e Africa che si affidavano al GPL per cucinare
Dal Golfo Persico all’Africa subsahariana, il blocco dello Stretto di Hormuz travolge il mercato del Gpl: centinaia di milioni di persone rischiano di tornare a legna e carbone mentre i governi inseguono l’emergenza tra sussidi, razionamenti e paura sociale.
Per anni l’Occidente ha raccontato le crisi energetiche come una questione di benzina, automobili ferme e bollette del riscaldamento fuori controllo. Ma la gigantesca frattura aperta dal conflitto in Medio Oriente nel 2026 ha cambiato brutalmente prospettiva: oggi, in vaste aree del pianeta, l’energia non serve più soltanto a far muovere l’economia, bensì a garantire il gesto più elementare della sopravvivenza quotidiana, cioè cucinare un pasto.
La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz — il passaggio marittimo attraverso cui transitava circa il 30% delle esportazioni mondiali di Gpl trasportato via mare — ha provocato uno shock di dimensioni storiche. I volumi di petrolio scomparsi dal mercato globale hanno superato persino quelli combinati delle grandi crisi petrolifere degli anni Settanta. Ma il punto più drammatico non riguarda il prezzo della benzina nelle economie avanzate: riguarda i miliardi di persone che dipendono dal gas di petrolio liquefatto per cucinare ogni giorno.
Il Gpl è infatti il combustibile da cucina più utilizzato al mondo. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo circa 3,4 miliardi di persone lo usano come fonte energetica primaria per preparare il cibo. È una dipendenza enorme, costruita negli ultimi quindici anni attraverso campagne governative che avevano cercato di allontanare centinaia di milioni di famiglie da legna, carbone, cherosene e altri combustibili altamente inquinanti e dannosi per la salute.
Il cuore della crisi si trova in Asia. India e Indonesia avevano trasformato il Gpl in una colonna portante delle proprie politiche sociali ed energetiche: in Indonesia il 90% delle famiglie cucina con questo combustibile, in India circa l’80%. Dal 2010 oltre 800 milioni di persone erano state progressivamente spostate verso sistemi di cottura più puliti. Un progresso sanitario, ambientale e sociale enorme. Eppure proprio questi successi si stanno ora trasformando in una vulnerabilità strategica.
L’India, in particolare, dipende pesantemente dalle importazioni provenienti dal Medio Oriente. Nel 2025 circa due terzi del Gpl consumato nel Paese transitavano attraverso Hormuz. Quando il traffico navale è crollato, le esportazioni di Gpl dal Golfo sono precipitate dell’80%, passando da 1,5 milioni di barili al giorno ad appena 300mila. Una contrazione devastante per tutta l’Asia, dove quasi il 60% del Gpl importato viene destinato direttamente alla cucina domestica, alla ristorazione e allo street food.
Le conseguenze sono arrivate immediatamente. In India le importazioni di Gpl si sono più che dimezzate nei primi due mesi del conflitto. Il governo ha ordinato alle raffinerie di aumentare al massimo la produzione interna, ma il margine di manovra resta limitato. Le forniture alternative dagli Stati Uniti richiedono circa quaranta giorni di navigazione verso Mumbai, contro i quattro o cinque necessari dal Golfo Persico. E le riserve nazionali coprono poco più di dieci giorni di consumi.
In pratica, il sistema vive costantemente sul bordo del collasso logistico. Le autorità hanno già imposto misure di contenimento: i clienti commerciali ricevono soltanto una parte delle forniture precedenti alla crisi e sui mercati non regolamentati i prezzi sono esplosi. I media locali raccontano persino di movimenti di popolazione dalle città verso aree rurali dove, almeno teoricamente, sarebbe ancora possibile recuperare legna o carbone per cucinare.
È qui che la crisi energetica del 2026 mostra il suo volto più crudele. Per decenni le organizzazioni internazionali avevano presentato l’abbandono della combustione domestica di biomassa come una conquista sanitaria fondamentale: meno malattie respiratorie, meno deforestazione, meno morti premature. Ora, però, milioni di famiglie rischiano di tornare esattamente ai combustibili che il mondo cercava di eliminare.
Il problema non riguarda soltanto l’Asia. Anche l’Africa subsahariana sta subendo una pressione enorme, nonostante molti Paesi africani importino poco Gpl direttamente dal Golfo. Questo perché il mercato del Gpl è ormai completamente globalizzato: quando si interrompono i flussi in una regione, i prezzi esplodono ovunque.
In Africa orientale e in India i prezzi delle importazioni hanno raggiunto picchi superiori del 90% rispetto alla media del 2025; nell’Africa occidentale l’aumento ha superato il 70%. Per le famiglie povere significa una scelta brutale tra mangiare e cucinare. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il 45% degli utenti africani che utilizzano Gpl sta spendendo almeno un punto percentuale in più del proprio reddito soltanto per il combustibile da cucina. Per una famiglia già vicina alla soglia di povertà, è un’enormità.
Ancora più inquietante è il dato sulle famiglie più fragili: una su otto si trova a destinare almeno un ulteriore 10% del proprio reddito al Gpl. In molte aree ciò significa inevitabilmente il ritorno a carbone e legna, soprattutto dove questi combustibili restano facilmente reperibili. Una regressione che rischia di cancellare anni di progressi nella lotta contro l’inquinamento domestico e la povertà energetica.
I governi stanno tentando di reagire con ogni mezzo disponibile. Sussidi, tetti ai prezzi, interventi fiscali, espansione delle riserve strategiche. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha lanciato a marzo il più grande rilascio di scorte petrolifere d’emergenza della storia, nel tentativo di stabilizzare il mercato e garantire una maggiore disponibilità di prodotti energetici, incluso il Gpl.
Ma dietro le misure emergenziali si intravede un cambiamento più profondo. Sempre più Paesi stanno cercando di ridurre la dipendenza dai combustibili importati spingendo verso la cucina elettrica. India e Indonesia stanno incentivando l’acquisto di fornelli elettrici, registrando un boom della domanda. Anche in Africa il tema diventa centrale: circa l’80% delle famiglie che già utilizzano Gpl dispone teoricamente dell’accesso all’elettricità, ma soltanto un terzo può contare su una rete davvero affidabile.
Ed è qui che la crisi energetica del 2026 smonta un’altra grande illusione della globalizzazione contemporanea: l’idea che la sicurezza alimentare e quella energetica fossero problemi distinti. Oggi appare evidente che senza energia accessibile non esiste neppure la possibilità concreta di nutrirsi in modo dignitoso.
Per anni le grandi potenze hanno discusso di transizione ecologica quasi esclusivamente in termini industriali, climatici o geopolitici. Ma mentre petroliere e flotte militari si affrontano nel Golfo Persico, centinaia di milioni di persone stanno scoprendo che la vera posta in gioco non è soltanto il prezzo del petrolio. È la possibilità stessa di accendere un fornello.
Fonte: AIE