La Costituzione
Principi fondamentali
Articolo 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Che il Board of Peace sia un'organizzazione internazionale che - anche pur vagamente - possa soddisfare i requisiti dell'articolo 11 della nostra Costituzione non ci crederebbe neppure un delinquente come Trump! Nonostante ciò, l'Italia entra nel Board of Peace... anche se dalla porta laterale, quella che permette di dire "ci siamo" senza dichiarare ufficialmente "aderiamo". Una formula di comodo, scelta per aggirare l'ostacolo che la stessa Giorgia Meloni aveva indicato come decisivo: la compatibilità costituzionale, a partire dall'articolo 11 e dal principio di partecipazione a organizzazioni internazionali solo in condizioni di parità e per finalità coerenti con pace, giustizia e libertà dei popoli.

L'annuncio arriva da Addis Abeba, con toni prudenti ma con un messaggio politico chiarissimo: giovedì prossimo Meloni sarà a Washington per la prima riunione dell'organismo inventato da Donald Trump. «Siamo stati invitati come Paese osservatore e secondo noi è una buona soluzione rispetto al problema che chiaramente abbiamo della compatibilità anche costituzionale con l'adesione al Board», dice la premier. E aggiunge un dettaglio che fotografa la fretta della decisione: «Penso che risponderemo positivamente, a quale livello lo dobbiamo ancora vedere, perché l'invito è arrivato ieri».

A Palazzo Chigi la linea è quella della semplificazione: nessun problema, nessun salto nel buio. «Parteciperemo alle riunioni ma senza essere membri effettivi», spiegano, sostenendo che l'"osservatore" è una formula nota e già vista nel diritto internazionale. Detto così, sembra soprattutto un gesto di diplomazia verso l'alleato americano, utile a non irritare Trump, già indispettito dal rifiuto europeo di entrare nella sua "Onu alternativa" e ulteriormente irritato dopo la contestazione arrivata da Monaco, con la Germania di Merz, ma anche Francia e Regno Unito.

Il punto, però, è che non si tratta solo di una formula: è una scelta politica che cade nel momento più delicato, mentre l'Europa discute di autonomia strategica e di una postura comune verso Washington. Non a caso, Meloni prende le distanze dai colpi assestati contro la cultura Maga. Concorda sul fatto che le relazioni transatlantiche siano entrate «in una fase particolare» e che «l'Europa debba occuparsi di più di se stessa», ma quando si tratta di critiche politiche dirette agli Stati Uniti frena: «Non condivido ma sono valutazioni politiche che ogni leader fa come ritiene». E soprattutto: «Molto meglio valorizzare quel che unisce e non quel che divide».

È il solito esercizio di equilibrismo, ma con una costante: quando lo sbilanciamento diventa inevitabile, Meloni sceglie sempre e comunque Washington. La prova non sta solo nelle parole. Sta nel fatto concreto: l'ingresso nel Board, anche se mascherato da "osservatore", e la promessa di lavorare perché altri Paesi europei rompano il fronte dell'astensione: «Immagino che ci saranno anche altri Paesi europei giovedì a Washington… vedo particolarmente interessati quelli mediterranei della sponda est». Traduzione: non Francia e Spagna, ma Grecia e altri interlocutori disposti a distinguersi dal resto dell'Unione. Un modo per spaccare l'unità europea proprio sul terreno più sensibile: quello della politica estera e della sicurezza.

La stessa logica si rivede nelle ore in cui l'Italia mostra freddezza verso l'idea di un ombrello nucleare europeo su cui lavorano Francia, Germania e Regno Unito. «Cercheremo come sempre di mediare con un punto di equilibrio tra il lato americano e quello europeo della Nato», dice il viceministro Cirielli. Crosetto è più netto: «Lo scudo americano è la miglior sicurezza che esiste al mondo. Perché non continuare a usare quello?». Anche qui: nessun salto verso l'Europa, semmai una frenata.

E poi c'è il nodo più insidioso: lo statuto del Board, secondo quanto riferito, non prevederebbe affatto "osservatori". O dentro o fuori. Se così fosse, la formula "Paese osservatore" diventerebbe un'operazione politica più che giuridica: un modo per presentare come neutrale una presenza che neutrale non è. E infatti, la partita si sposta inevitabilmente sul Colle. Perché il presidente della Repubblica non è solo capo dello Stato: è anche un garante della Carta. E se la linea ufficiale sarà "partecipiamo, ma non firmiamo", allora formalmente lo spazio potrebbe esserci. Ma se dalla presenza si scivola verso impegni, promesse operative, "responsabilità" politiche o militari, il terreno cambia.

In gioco non ci sono solo i confini procedurali: trattati, ratifiche, autorizzazioni parlamentari. In gioco c'è una questione sostanziale: che cos'è davvero questo Board of Peace e quali scopi persegue. Perché l'articolo 11 non è solo un semaforo rosso o verde. È anche una bussola: l'Italia partecipa a organizzazioni internazionali per rafforzare pace e diritti, non per legittimare operazioni che vadano in direzione opposta. Ed è qui che il racconto si incrina: nel testo che accompagna la scelta, il Board appare come un organismo "bizzarro", modellato dal leader americano e associato a una visione che rischia di essere l'opposto di quei principi.

Per questo la mossa di Meloni pesa più del suo tecnicismo. L'Italia "osservatrice" è una formula che sembra innocua, ma potrebbe diventare un vincolo politico: una presenza che, una volta concessa, rende più difficile dire di no al passo successivo. E cioè all'adesione, agli impegni, alle richieste dell'alleato più ingombrante.

Alla fine, la domanda resta semplice: l'Italia va a Washington per "guardare" o per schierarsi? Se è solo un invito protocollare, basterà chiamarlo per quello che è. Se invece è l'inizio di un coinvolgimento, allora non basterà la scorciatoia dell'"osservatore". Perché in una repubblica parlamentare, e con una Costituzione che parla chiaro, certe scelte non si fanno da soli, né con formule ambigue. Si fanno alla luce del sole. E si spiegano al Paese.

Non solo. L'Italia non è una Repubblica presidenziale, ma parlamentare. È vero, cosa sia il Board of Peace e di cosa e di chi dovrà occuparsi non è chiaro nemmeno a Trump che lo ha voluto. Quindi coinvolgere il Parlamento per impegnare l'Italia, da osservatore, in un organismo di cui non si conoscono le finalità e di cui non si ha contezza del proprio reale impegno non è dovuto. C'è però un aspetto politico che stona... il fatto che Meloni, dopo aver detto che l'Italia non può prendervi parte, dichiari il contrario in una dichiarazione a margine di un evento in Africa facendosi scudo di un ruolo non previsto nello statuto del Board, senza preoccuparsi di aver prima informato neppure la sua maggioranza.

Che la sovranista Meloni lavori per fare gli interessi di Trump è chiaro. Quello che invece non è chiaro è perché siano gli italiani a pagarla!