Esteri

Come tre anni di guerra stanno mutando l'identità di Israele

Quando una società fondata su istituzioni democratiche affronta quasi tre anni consecutivi di guerra brutale e incessante, i suoi pilastri politici, civili e psicologici subiscono una mutazione profonda, scivolando verso una progressiva regressione autoritaria e un logoramento identitario.

Il primo pilastro democratico a crollare è il contratto sociale basato sulla fiducia dei cittadini verso lo Stato come garante della sicurezza pubblica. Le prolungate ostilità generano un diffuso senso di tradimento istituzionale e vulnerabilità tra chi confidava nella protezione statale, spingendo la popolazione a rifiutare le soluzioni moderate e ad abbracciare il radicalismo politico di destra per cercare protezione.

Questa deriva è particolarmente evidente nelle nuove generazioni cresciute interamente sotto la pressione del conflitto.
Un sondaggio condotto dal sito di notizie N12 tra i giovani elettori ebrei israeliani di età compresa tra i 18 e i 21 anni rivela infatti che il 46% attribuisce i fallimenti difensivi a un "tradimento dall'interno", consolidando la generazione più nazionalista, di destra e religiosa della storia del Paese.
Allo stesso tempo, lo stato di emergenza permanente permette al governo di legittimare la contrazione delle libertà civili, anestetizzando il dibattito critico e spingendo i cittadini a tollerare la compressione delle normali procedure democratiche in nome della sicurezza nazionale.

Sul piano sociale, l'esposizione continua alla violenza distrugge la salute mentale collettiva, impedendo quel recupero emotivo necessario per una partecipazione civica sana e razionale.
Un recente studio di Maccabi Healthcare Services rileva che circa un terzo degli israeliani avverte il bisogno di un supporto psicologico professionale.
Tra chi serve o ha servito nell'esercito, lo scenario è ancora più drammatico: a gennaio, il Ministero della Difesa ha riportato un incremento di circa il 40% dei casi di disturbo post-traumatico da stress (PTSD) tra i soldati rispetto a settembre 2023, proiettando un aumento del 180% entro il 2028.
A testimonianza della gravità della situazione, il servizio di paramedici Magen David Adom ha dovuto lanciare una linea di emergenza dedicata alla salute mentale dopo un picco del 45% delle chiamate legate allo sforzo bellico.
Anche i suicidi registrano una crescita allarmante nell'intera società e in particolare tra i militari: il quotidiano Jerusalem Post ha riportato che il 78% dei suicidi nell'esercito registrati nel 2024 è direttamente collegato alle operazioni di combattimento a Gaza, nella Cisgiordania occupata e in Libano.

La brutalizzazione vissuta sui fronti esterni non rimane isolata, ma si riversa all'interno della stessa comunità civile sotto forma di impennate di violenza domestica, depressione e atti di estremismo commessi da frange radicali contro le minoranze e le popolazioni dei territori occupati.
Lo stesso presidente israeliano Isaac Herzog ha denunciato questa involuzione definendola un terribile processo strisciante di brutalizzazione che minaccia di penetrare nel nucleo centrale della società.

Il punto di vista degli analisti israeliani conferma che la democrazia formale si sta svuotando dei suoi valori liberali, sostituita da una cultura orientata all'aggressività permanente.
Lo psicoterapeuta e veterano Tuly Flint evidenzia come lo shock iniziale abbia agito come un interruttore, frantumando l'illusione di sicurezza che la superiorità tecnologica e militare manteneva a distanza, generando un trauma diffuso per cui esiste solo un lungo e incerto percorso di recupero.
Il sociologo Yehouda Shenhav-Shahrabani osserva che la violenza è intrinseca alla storia del Paese fin dalla sua fondazione e che la svolta bellica ha esacerbato le componenti più aggressive e intolleranti del nazionalismo, rendendo evidente una deriva autoritaria visibile ormai in ogni settore pubblico, incluse le università, dove l'insegnamento è ostacolato dalle continue contestazioni degli studenti di destra.
Infine, la professoressa Zahava Solomon della Tel Aviv University spiega che la memoria storica dell'Olocausto ha impresso nei cittadini un senso assoluto di vittimismo strutturale fin dalla culla, dove l'imperativo della sopravvivenza cancella la capacità di negoziare e giustifica l'uso della forza, con ripercussioni drammatiche per il futuro della convivenza pacifica.

La riluttanza del governo a diffondere i dati ufficiali sui soldati congedati per traumi psicologici risponde a una precisa logica di preservazione del morale pubblico e della sicurezza nazionale.
Secondo quanto rivelato da inchieste giornalistiche del quotidiano Haaretz, le forze armate tendono a rinviare o bloccare le risposte alle istanze basate sulla Legge per la libertà di informazione quando i numeri non soddisfano gli obiettivi dei comandi o rischiano di incrinare l'immagine dell'esercito.
Funzionari interni al dipartimento di salute mentale militare hanno ammesso che l'esposizione della reale portata del fenomeno svelerebbe una crisi senza precedenti nella storia del Paese, alimentando il dibattito pubblico sulla sostenibilità psicologica di un conflitto a lungo termine.

I dati emersi solo in seguito a espliciti ordini giudiziari mostrano che, nel solo periodo compreso tra ottobre 2023 e ottobre 2024, ben 7.241 tra soldati e ufficiali sono stati congedati in via permanente per "motivi di salute mentale".
A questi si aggiungono migliaia di altri militari rimossi dai ruoli di combattimento e riassegnati a compiti logistici o di retroguardia a causa del grave logoramento emotivo. Le fonti interne descrivono una prassi strutturata di manipolazione di percentuali e statistiche volta a nascondere i casi più acuti.
La priorità strategica è diventata quella di enfatizzare l'efficacia dei centri di supporto psicologico di nuova creazione, celando l'effettivo impatto delle perdite invisibili per evitare che l'opinione pubblica percepisca una debolezza strutturale nelle forze di difesa.

Tutto questo altera direttamente la sicurezza e lo status dei cittadini arabi musulmani e delle comunità cristiane residenti nello Stato d'Israele e nei Territori occupati.
Il collasso del modello di convivenza democratica liberale ha lasciato spazio a una radicalizzazione culturale in cui l'estremismo politico, legittimato da esponenti di primo piano del governo, si traduce in ostilità aperta sul territorio.

Nelle dichiarazioni pubbliche pronunciate durante la cerimonia del Premio per l'Unità di Gerusalemme, il presidente Isaac Herzog ha denunciato una preoccupante ondata di violenza perpetrata da estremisti, sottolineando come gli attacchi non colpiscano più solo l'ambito politico, ma prendano di mira in modo sistematico i leader religiosi, gli attivisti e i luoghi di culto cristiani e musulmani.
Questo processo di "declino morale" e brutalizzazione si manifesta con l'aumento delle aggressioni dei coloni radicali in Cisgiordania e con atteggiamenti discriminatori che si estendono all'interno delle città israeliane, dove i comportamenti intolleranti della destra religiosa vengono normalizzati nel discorso pubblico mainstream. 

Ed andrà sempre peggio, almeno a sentire lo psicologo e veterano Tuly Flint,  perché per le conseguenze del trauma collettivo delle guerre "non c'è cura. C'è solo la fase di recupero. Una volta superata quella soglia, è finita.”

Autore scienzenews
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