Conte distrugge il Napoli tra mercato folle, deliri tattici, turnover zero e infermeria piena
NAPOLI. La luna di miele è finita. Anzi, è diventata un incubo a occhi aperti. Antonio Conte, l'uomo che doveva riportare lo scudetto ai piedi del Vesuvio, si sta trasformando nel principale artefice della demolizione del Napoli. Al suo secondo anno in carica, la gestione dell'ex CT azzurro è un campionario di scelte discutibili, richieste iperboliche e una prosopopea tattica che sta esasperando la piazza.
Il primo, insopportabile, capitolo è il mercato. Conte vagheggia campioni, li pretende a suon di decine di milioni di euro, e quando il presidente De Laurentiis (miracolosamente) li porta a casa, finiscono sistematicamente in panchina.
La sua ossessione per un fantomatico e anacronistico 4-1-4-1 ha raggiunto vette surreali, preferendo tessere le lodi di un ipotetico Kevin De Bruyne titolare fisso nel ruolo di mezzala totale, un modulo che esiste solo nella sua testa. Nel frattempo, esterni offensivi di livello internazionale come Neres e Lang, pagati a peso d'oro, sono ammuffiti in panchina, incompresi e inutilizzati.
E soprattutto la squadra prendeva troppi gol e ne faceva pochini.
Il secondo capitolo è la gestione fisica, cioè gli infortuni. La preparazione atletica firmata Conte non era calibrata per vincere il campionato, ma per scalare l'Everest in mutande. Possibilmente, facendo giocare sempre gli stessi. Riposare mai.
Conte ha una fissa per i suoi 11 titolari, che non escono mai dal campo, neanche quando la partita è chiusa o il risultato compromesso, portando inevitabilmente a un overload psicofisico che genera il ciclo infinito di infortuni.
Risultato? L'infermeria del Napoli è un lazzaretto permanente, con più della metà della rosa che quest'anno s'è infortunata più o meno seriamente.
E poi c'è l'immagine. La sua immagine a bordocampo. Non è rabbia, non è tensione agonistica. È pura, inequivocabile, rassegnazione. Un'espressione che è dire poco. Il volto di Conte, ripreso dalle telecamere, comunica da mesi l'idea di un uomo che si chiede cosa ci sia ancora a fare a Napoli, se non per completare l'opera di distruzione iniziata con le sue scelte tecniche e di mercato insensate.
La sensazione è che il tecnico abbia perso il controllo della situazione, trincerandosi dietro un integralismo che non paga e un atteggiamento che ha spento l'entusiasmo della piazza. Napoli meritava un condottiero, si ritrova con un generale che ha smarrito la mappa e sta portando la truppa al massacro.
Certamente, la gestione attuale di Antonio Conte al Napoli solleva interrogativi cruciali, portando molti a riconsiderare i successi passati e l'attualità del suo credo calcistico.
Definire lo Scudetto vinto la stagione precedente un "caso" sarebbe ingeneroso, ma è innegabile che quella vittoria sia stata il prodotto di una congiuntura astrale perfetta, più che la dimostrazione della validità eterna del metodo Conte.
Da Spalletti, Conte aveva ereditato una squadra con automatismi oliati, una fame agonistica intatta e un nucleo di giocatori (Kvaratskhelia, Anguissa, Lobotka) nel prime della carriera e al massimo della forma fisica.
La sua abilità non è stata strategica o tattica, ma 'solo' una eccezionale capacità di creare un "muro contro tutti" e di spremere fino all'ultima goccia di energia mentale dai giocatori, con segnali di logoramento del metodo che erano già visibili nel girone di ritorno.
Ciò che resta di Antonio Conte è la figura paradossale di un allenatore-vincente che è anche un allenatore-logorato.
Resta un allenatore di carisma monumentale, capace di imprimere una mentalità vincente ovunque vada, ma il cui metodo ha una data di scadenza sempre più ravvicinata. Resta l'immagine di un calcio che "consuma" i giocatori fisicamente e mentalmente. Il suo approccio a lungo termine genera infortuni e rotture. Resta l'incapacità di adattarsi alle nuove tendenze del calcio fluido e moderno. La sua rigidità lo rende prevedibile e incapace di valorizzare giocatori che non rientrano nel suo schema mentale fisso.
E resta l'atteggiamento vittimistico e la costante ricerca del "nemico esterno" (arbitri, stampa, società). Una strategia che funziona all'inizio per compattare il gruppo, ma che alla lunga stanca e isola l'ambiente.