Rimpatri “a incentivo”, bufera sul governo: avvocati pagati per convincere i migranti a lasciare l'Italia
Una norma che paga gli avvocati per “convincere” i migranti a lasciare il Paese. È questa, in estrema sintesi, la misura inserita dalla maggioranza nel decreto sicurezza e già approvata al Senato, destinata ora al passaggio alla Camera. Un emendamento che ha scatenato proteste politiche, polemiche istituzionali e un cortocircuito senza precedenti: perfino il Consiglio nazionale forense, chiamato direttamente in causa dal testo, ha preso le distanze dichiarando di non essere mai stato informato.
La norma: soldi ai legali solo se il migrante parte
Il cuore della misura è l'introduzione dell'articolo 30-bis nel Testo unico sull'immigrazione. In base alla modifica, agli avvocati che assistono un migrante nella procedura di rimpatrio volontario verrà riconosciuto un compenso pari a quello previsto per il migrante stesso: oggi 615 euro. Ma con una condizione precisa: il pagamento scatterà solo “ad esito della partenza dello straniero”.
Tradotto: il legale viene remunerato solo se il suo assistito lascia effettivamente il Paese.
Una logica che per molti osservatori ribalta il ruolo stesso dell'avvocatura, trasformando il difensore dei diritti in una figura incentivata a orientare l'esito della scelta del proprio cliente. Il tutto con fondi pubblici: 246 mila euro per il 2026 e 492 mila euro annui per il biennio successivo.
Il pasticcio istituzionale: il Cnf non ne sapeva nulla
Nel testo compare anche un ruolo operativo per il Consiglio nazionale forense, chiamato a partecipare ai programmi di rimpatrio e a gestire i compensi ai legali. Ma è anche qui che la norma mostra tutta la sua fragilità.
Il presidente del Cnf, Francesco Greco, è stato netto: nessuna consultazione, nessun coinvolgimento, nessuna informazione. “L'ho scoperto dai giornali”, ha dichiarato, parlando apertamente di una situazione “surreale”.
Il Consiglio ha chiesto al Parlamento di eliminare ogni riferimento al proprio coinvolgimento, sottolineando un punto dirimente: per legge non può erogare compensi agli avvocati né fungere da tesoreria. Una funzione che semplicemente non rientra nelle sue competenze.
Un errore tecnico? Difficile sostenerlo. Più plausibile parlare di improvvisazione legislativa, con norme scritte senza confronto con gli organismi che dovrebbero applicarle.
L'accusa delle opposizioni: “Una taglia, non una politica”
Le reazioni politiche sono state immediate e durissime. Per Debora Serracchiani (PD) si tratta di una “vergogna normativa” che “lede la dignità dei professionisti” e svuota il senso del patrocinio a spese dello Stato.
Ancora più dura la senatrice Alessandra Maiorino (M5S), che parla di “violazione dello Stato di diritto”: subordinare il compenso all'esito della pratica, sostiene, rischia di alterare la libertà e l'indipendenza dell'avvocato.
Il segretario di +Europa Riccardo Magi usa parole ancora più esplicite: “una taglia tipo selvaggio West”. Un'immagine che rende bene l'idea di una misura percepita come un premio economico per chi contribuisce all'allontanamento dei migranti, più che uno strumento di tutela.
Il nodo giuridico: difesa dei diritti o incentivo alla resa?
Il punto più critico resta però quello di fondo: può un avvocato essere pagato solo se il proprio assistito rinuncia a restare?
Il principio costituzionale del diritto alla difesa – sancito dall'articolo 24 – prevede che ogni persona possa essere assistita in modo libero e indipendente. Legare il compenso a un risultato specifico, soprattutto in un ambito delicato come quello dell'immigrazione, introduce un evidente conflitto di interessi.
Non è un caso che anche l'area progressista della magistratura abbia parlato di “mortificazione della funzione dell'avvocatura”, denunciando il rischio di trasformare i legali in strumenti operativi delle politiche governative.
Una misura ideologica più che efficace
I numeri forniti dal Ministero dell'Interno raccontano una realtà limitata: circa 2.500 rimpatri volontari nel triennio 2023-2025, poco più di 800 l'anno. Una platea ridotta, che rende difficile sostenere che questa norma possa avere un impatto significativo sui flussi migratori.
E allora il sospetto diventa politico: più che una misura efficace, un segnale ideologico. Un provvedimento che punta a rafforzare la narrazione securitaria del governo, anche a costo di forzare principi giuridici consolidati e creare frizioni con le stesse istituzioni coinvolte.
Il passaggio alla Camera e i rischi futuri
Il decreto sicurezza ora corre verso la conversione definitiva, con tempi strettissimi. Il termine è fissato al 25 aprile e difficilmente ci saranno modifiche sostanziali in questa fase.
Ma il caso è ormai aperto. Se la norma dovesse essere confermata, il rischio è duplice: da un lato contenziosi e rilievi di incostituzionalità, dall'altro una frattura sempre più evidente tra governo e mondo giuridico.
Perché qui non si tratta solo di immigrazione. Si tratta di capire se il diritto può essere piegato a logiche di incentivo economico e propaganda politica. E la risposta, per molti, è già chiara: questa non è sicurezza. È un ulteriore pericoloso scivolamento verso uno Stao securitario