Il fascismo italiano non è mai davvero scomparso. Ha cambiato linguaggio, simboli, tono comunicativo, ma ha conservato il proprio impianto culturale e politico, trasmettendolo lungo una linea di continuità che dal Movimento Sociale Italiano arriva fino a Fratelli d'Italia e alla leadership di Giorgia Meloni.

È questa la tesi centrale — documentata, argomentata e storicamente fondata — del libro La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista di Tomaso Montanari, un testo che demolisce definitivamente la narrazione secondo cui la destra italiana avrebbe compiuto una reale rottura con il proprio passato.

Il punto fondamentale è che il fascismo non coincide soltanto con il regime di Benito Mussolini, con le leggi liberticide o con la dittatura conclamata. Il fascismo è anche una cultura politica, una concezione autoritaria della società, una visione gerarchica della nazione, un’idea identitaria fondata sull’esclusione e sulla costruzione permanente di nemici. Ed è precisamente questa cultura che continua a vivere nella destra italiana contemporanea.

Montanari mostra con chiarezza come il lessico sia mutato senza che sia cambiata la sostanza. La parola “razza” è stata sostituita da espressioni come “identità”, “radici”, “difesa della civiltà occidentale”, ma il meccanismo resta identico: separare un “noi” da un “loro”, descrivere il diverso come minaccia, alimentare la paura per consolidare consenso politico. La retorica contro i migranti, l’ossessione per i confini, il racconto dell’immigrazione come invasione e la continua evocazione della “sostituzione etnica” non sono derive occasionali: rappresentano la prosecuzione aggiornata di un impianto ideologico che affonda direttamente nelle culture nazionaliste e fasciste del Novecento.

Anche il rapporto con la memoria storica conferma questa continuità. La destra italiana non ha mai reciso davvero il legame con il proprio passato neofascista. La presenza della fiamma tricolore nel simbolo di Fratelli d’Italia non è un dettaglio folkloristico, ma il segno concreto di una continuità politica e simbolica con il Movimento Sociale Italiano, il partito nato per custodire l’eredità del fascismo dopo la guerra. Nessuna forza politica europea realmente emancipata dall’estrema destra conserva nel proprio simbolo un riferimento tanto esplicito alle proprie origini.

Il libro evidenzia inoltre come la cultura politica della destra meloniana entri costantemente in collisione con lo spirito della Costituzione antifascista. L’esaltazione dell’uomo forte al comando, la retorica della governabilità come valore assoluto, la diffidenza verso i corpi intermedi, il fastidio verso il dissenso sociale e l’ostilità verso un’informazione critica rappresentano tutti elementi pienamente coerenti con una tradizione autoritaria mai davvero abbandonata.

Particolarmente significativa è la sistematica delegittimazione dell’antifascismo, spesso descritto dalla destra come una reliquia ideologica, un residuo del passato o addirittura un ostacolo alla “pacificazione nazionale”. Ma è proprio questo tentativo di svuotare l’antifascismo del suo significato storico e civile a confermare la permanenza di una cultura incompatibile con la piena eredità democratica della Repubblica nata dalla Resistenza.

La strategia politica di Meloni si fonda infatti su una normalizzazione del fascismo attraverso la sua banalizzazione. Non si rivaluta apertamente il Ventennio, ma lo si relativizza; non si nega formalmente la dittatura, ma se ne attenuano continuamente le responsabilità; non si attacca frontalmente la Costituzione, ma la si erode progressivamente attraverso una narrazione fondata sull’autorità, sull’identità nazionale e sulla riduzione degli spazi del conflitto democratico.

Il merito del libro di Montanari sta nell’avere ricostruito questa continuità senza cedere né alla propaganda né alla semplificazione. Le connessioni storiche, simboliche e culturali tra il fascismo storico e l’attuale destra italiana emergono come un dato evidente, non come una provocazione polemica. Ed è proprio questa evidenza a rendere il dibattito così scomodo.

Perché il problema non è se la destra italiana indossi ancora le camicie nere o organizzi adunate oceaniche. Il problema è che continua a diffondere, legittimare e trasformare in governo una cultura politica costruita sugli stessi pilastri ideologici del fascismo: nazionalismo identitario, culto dell’autorità, paura del diverso, ostilità verso il pluralismo e ridimensionamento della memoria antifascista. Il fascismo contemporaneo non si presenta più con le forme del passato, ma continua a vivere dentro una destra che di quel passato resta l’erede diretta.