Aspettando il “salvatore della patria”…
Gli italiani non sembrano avere molta fiducia nella politica. Alle ultime consultazioni elettorali, circa il 50% degli elettori ha preferito restare a casa piuttosto che recarsi alle urne per scegliere, come si diceva un tempo, “il meno peggio” turandosi il naso.
E, in fondo, non è difficile capirne le ragioni: spesso è la politica stessa a non meritare quella fiducia. L’altra metà del Paese, quella che continua a votare, resta invece in attesa dell’ennesimo uomo della provvidenza.
Lo attende con la pazienza dei fedeli e con l’incoscienza dei giocatori d’azzardo.
Da trent’anni il copione è sempre lo stesso, cambiano soltanto gli attori. Arriva il protagonista di turno, racconta che prima di lui c’era il disastro, promette rinascita e cambiamento, divide il mondo in buoni e cattivi e assicura che questa volta sarà quella buona.
Berlusconi avrebbe dovuto rifondare il Paese come un’azienda moderna. Renzi rottamare il vecchiume. Grillo aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Salvini cancellare la legge Fornero. Meloni restituire l’Italia agli italiani. Ognuno, a suo modo, ha promesso una scorciatoia. E le scorciatoie, si sa, finiscono quasi sempre per portare più lontano dalla meta che la strada principale.
Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato davvero. Ma non è ciò che veniva annunciato.
È cambiato il peso del capo, mentre si è alleggerito tutto il resto.
I partiti si sono progressivamente dissolti in strutture personali. Il Parlamento ha perso centralità. I parlamentari, più che rappresentanti degli elettori, sono diventati fedeli dei leader che li hanno inseriti in lista. E la fedeltà, in politica, è una virtù solo quando non sostituisce il pensiero.
I decreti-legge, nati come strumenti d’urgenza, sono diventati la forma ordinaria della legislazione. Le discussioni parlamentari, da momento sostanziale della democrazia, si sono spesso ridotte a rituali. Il governo, si fa per dire, decide, il Parlamento ratifica, e la forma istituzionale resta intatta soprattutto nei manuali di diritto costituzionale.
Anche l’informazione ha finito per adattarsi a questa trasformazione, assecondando la politica come spettacolo. I giornalisti, che un tempo interrogavano i politici, oggi spesso si confrontano tra loro nei talk show. È più semplice raccontare la politica come una gara di consenso che spiegare il funzionamento del bilancio pubblico, l’impoverimento del ceto medio, la stagnazione dei salari o la difficoltà del sistema pensionistico. Più immediato seguire le curve dei sondaggi che indagare le ragioni di uno squilibrio che tende, da anni, a spostarsi verso il vertice del potere.
Così la politica è diventata soprattutto una questione di persone. E le persone, inevitabilmente, diventano tifoserie.
Il cittadino viene trasformato in tifoso: non deve comprendere, ma schierarsi; non deve valutare, ma scegliere una curva; non deve giudicare i risultati, ma difendere il proprio idolo.
Non si discutono più le decisioni, si difendono o si attaccano identità. Non si valutano più le politiche, ma le appartenenze. Non si analizza il potere, lo si celebra o lo si demonizza.
È una trasformazione silenziosa, ma efficace. Perché una democrazia che smette di interrogarsi sulle regole e si concentra soltanto sui protagonisti finisce per accorgersi dei cambiamenti quando è troppo tardi per chiamarli con il loro nome.
Eppure il meccanismo continua a ripetersi. Ogni ciclo politico porta il suo uomo della provvidenza, e ogni uomo della provvidenza porta con sé la promessa implicita di poter fare a meno di tutto il resto: dei controlli, delle mediazioni, dei vincoli, perfino della complessità.
È una tentazione antica e, in parte, comprensibile. La complessità è faticosa, la semplificazione è rassicurante. La prima è il prezzo della democrazia, la seconda la sua illusione più pericolosa.
Alla fine, ciò che colpisce non è tanto l’avvicendarsi dei leader, spesso destinati a durare quanto un tormentone estivo, quanto la disponibilità del Paese ad attenderli, ogni volta, con rinnovata fiducia.
Con una pazienza che, se fosse applicata altrove, avrebbe prodotto risultati sorprendenti.
Si aspetta il salvatore della patria come si aspetta un autobus che non arriva mai: si sa che si rischia di restare a piedi, ma si è convinti che il prossimo, prima o poi, sarà quello giusto.
E così la Repubblica italiana, più che una democrazia compiuta, assomiglia talvolta a una fermata affollata. Si aspetta sempre qualcuno: un condottiero, un rottamatore, un tribuno, un patriota, un generale, un innovatore. Purché abbia una risposta semplice a problemi complessi e una promessa abbastanza grande da alimentare l’illusione.
Nel frattempo, quasi senza che ci si faccia troppo caso, le istituzioni perdono peso, i partiti si riducono a comitati elettorali e il dibattito pubblico si trasforma in una cronaca delle ambizioni personali dei leader.
Ma di tutto questo si discute poco. Perché l’attenzione è già rivolta altrove. Verso l’orizzonte, da cui, prima o poi, ricomparirà l’ennesimo uomo della provvidenza.
Prima Berlusconi, poi Renzi, poi Grillo e poi ancora Salvini e Meloni e adesso pure Vannacci...
E milioni di italiani ripeteranno ancora una volta la frase che accompagna da decenni le nostre illusioni politiche: “Questo, però, è diverso”.
La storia, di solito, si incarica di dimostrare l'esatto contrario.
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