Ci sono concetti che la storia dovrebbe aver sepolto per sempre. Non perché scomodi, ma perché pericolosi. “Spazio vitale” è uno di questi. Non è solo una parola: è un'idea. L'idea che un popolo abbia diritto ad espandersi, che la terra non sia un limite ma un obiettivo, che la presenza dell'altro sia un ostacolo da aggirare — o rimuovere.

Chi oggi si scandalizza di fronte al parallelismo che ci si appresta a dimostrare farebbe bene a riflettere un attimo. Non si tratta di dire che tutto è uguale. Non lo è. Ma nemmeno di fingere che non esistano somiglianze strutturali quando sono sotto gli occhi di tutti.


Il diritto esclusivo alla terra

Alla base del Lebensraum nazista c'era un presupposto brutale: il popolo tedesco aveva bisogno di spazio, e quel bisogno giustificava la conquista. Non era un'opzione, era una necessità storica.

In alcune correnti del sionismo politico — non tutte, ma quelle revisioniste e annessioniste — ritroviamo una logica sorprendentemente simile. Non si parla di “spazio vitale”, ma di “diritto storico”, “terra promessa”, “Eretz Israel”. Il risultato, però, cambia poco: l'idea che esista un diritto superiore su un territorio che prevale su chi quel territorio già lo abita.

Non è un caso che esponenti chiave dell'attuale governo israeliano, come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, abbiano più volte sostenuto apertamente posizioni che vanno ben oltre la sicurezza e si spingono verso una visione apertamente annessionista della Cisgiordania. Smotrich ha parlato senza ambiguità della necessità di consolidare la sovranità israeliana su tutta la “Giudea e Samaria”. Ben-Gvir ha difeso e promosso l'espansione degli insediamenti come fatto irreversibile.

Qui il parallelismo non è ideologico in senso stretto. È logico. È politico.


Colonizzare per controllare

Il Lebensraum non era teoria: era pratica. Conquista, insediamento, ripopolamento, riorganizzazione etnica.

Anche qui, le differenze storiche sono enormi. Ma la logica dell'insediamento come strumento politico è difficile da ignorare. Dopo il 1967, gli insediamenti israeliani nei territori occupati non sono stati solo una misura di sicurezza: sono stati, in molti casi, un modo per creare realtà irreversibili sul terreno.

Oggi questa strategia non è nascosta. È rivendicata. Il governo attuale ha accelerato in modo significativo l'espansione degli insediamenti, mentre demolizioni e sfratti di palestinesi continuano a ridisegnare la geografia della Cisgiordania. Non si tratta più di episodi isolati, ma di una politica strutturale.

È il principio del fatto compiuto: prima costruisci, poi rendi impossibile tornare indietro.


La sicurezza come linguaggio universale

Ogni espansione ha bisogno di una giustificazione. Nel caso nazista, era la sicurezza, l'autosufficienza, la protezione del popolo tedesco.

Nel caso israeliano, la sicurezza è una realtà concreta, non un'invenzione. Ma proprio per questo diventa anche un linguaggio potentissimo, capace di giustificare scelte politiche che vanno ben oltre la difesa.

In molte posizioni revisioniste, l'idea di uno Stato palestinese non è vista come un'opportunità di stabilità, ma come una minaccia esistenziale. E così la sicurezza diventa una chiave universale: tutto può essere giustificato, se presentato come necessario alla sopravvivenza.

È qui che il parallelismo diventa inquietante. Non perché i due progetti siano identici, ma perché usano lo stesso meccanismo: trasformare l'espansione in difesa.


Il territorio come arma

Il controllo non si esercita solo con i carri armati. Si esercita con strade, muri, check-point, colonie, demolizioni, frammentazione dello spazio.

Nel 2024, la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale la presenza israeliana continuata nei territori occupati. I rapporti delle Nazioni Unite del 2026 parlano apertamente di espansione sistematica degli insediamenti, di sfollamenti e di una progressiva erosione dello spazio palestinese.

Non è più solo una questione di confini. È una questione di trasformazione del territorio in uno strumento politico.


Le differenze che contano — e che non bastano

A questo punto è necessario dirlo chiaramente: nazismo e sionismo non sono la stessa cosa. Non lo sono storicamente, non lo sono moralmente.

Il Lebensraum era parte integrante di un'ideologia razziale genocidaria. Il sionismo nasce come movimento di autodeterminazione di un popolo perseguitato, come risposta alla storia europea dell'antisemitismo culminata nella Shoah.

Confondere questi piani sarebbe non solo scorretto, ma pericoloso.

Ma riconoscere le differenze non significa chiudere gli occhi sulle somiglianze. Perché alcune dinamiche — diritto esclusivo alla terra, colonizzazione, uso della sicurezza, creazione di fatti compiuti — esistono, e sono oggi visibili nelle politiche portate avanti da una parte significativa dell'attuale leadership israeliana.


Il nodo politico, non ideologico

Il punto, allora, è questo: il parallelismo non regge tra “Lebensraum” e “sionismo” in generale. Regge — e in modo inquietante — tra il Lebensraum e le correnti sioniste annessioniste del “Grande Israele”, oggi rappresentate ai vertici del potere.

Non è una questione accademica. È una questione politica concreta, che riguarda milioni di persone.

Perché quando una terra viene trasformata in destino, quando la presenza dell'altro diventa un problema da risolvere, quando l'espansione viene normalizzata — la storia non si ripete mai uguale, ma spesso è simile, molto simile tanto da finire per esserne fotocopia.

E ignorare tale similitudine, oggi, è una scelta. Non un errore. Dipende da che parte si vuole stare... se da quella che si richiama al nazismo oppure da quella che fa riferimento al diritto internazionale, anche umanitario, che è stato scritto sulle ceneri del nazismo perché i crimini di cui fu resposabile non venissero ripetuti.