L'estate sta finendo, la legislatura è al suo giro di boa e con l’autunno ormai alle porte e la Legge di bilancio in fase di definizione, il dibattito sulle pensioni torna a scaldare il clima politico.

Al centro dell’attenzione, questa volta, è la proposta del sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon - ex sindacalista, vice segretario dell'Unione Generale del Lavoro (UGL) - che mira ad offrire una nuova via d’uscita anticipata dal mondo del lavoro, utilizzando come leva il trattamento di fine rapporto (TFR).

Il piano della Lega è semplice, almeno sulla carta: permettere ai lavoratori di andare in pensione a 64 anni con 25 anni di contributi, anche a chi rientra nel sistema misto ante-1996, grazie alla possibilità di trasformare il proprio TFR in una rendita pensionistica. In altre parole, chi non raggiunge la soglia minima per la pensione anticipata (pari a tre volte l’assegno sociale) potrebbe usare la propria liquidazione per colmare il divario e accedere comunque alla pensione.

Durigon ha insistito su un punto chiave: si tratterebbe di una scelta su base volontaria, non obbligatoria. Chi vuole, può decidere di rinunciare – parzialmente o totalmente – alla liquidazione finale per poter andare in pensione prima. Una libertà che, però, nasconde una verità meno rassicurante: se un lavoratore vuole “godersi” la pensione ancora "vivo", deve pagarsela di tasca propria.

Infatti, dietro il principio della volontarietà si cela una realtà amara per molti italiani. Dopo anni di lavoro, contributi spesso discontinui, carriere frammentate e salari modesti, l’idea di dover rinunciare alla propria liquidazione per poter andare in pensione prima sembra più una necessità che una vera opportunità. Per alcuni potrebbe rappresentare l’unica strada percorribile per evitare di lavorare fino a 67 anni (o oltre) in condizioni fisiche e psicologiche non più sostenibili.

Va riconosciuto, tuttavia, che la proposta contiene alcuni vantaggi tecnici: la rendita derivante dal TFR godrebbe di una tassazione agevolata, come già avviene per i fondi pensione, e manterrebbe la reversibilità. Inoltre, spalmare l’uscita del TFR su più anni invece che versarlo in un’unica soluzione, alleggerirebbe il peso sui bilanci dell’Inps, oggi già messi a dura prova.

Ma basta questo a giustificare una riforma che, ancora una volta, chiede al singolo cittadino di farsi carico delle inefficienze del sistema?

E se il principio è quello dell’“integrazione volontaria”, allora perché non estendere il ragionamento a chi ha conseguito una laurea durante l’attività lavorativa? Anche in questo caso, si potrebbe ipotizzare un meccanismo che consenta il riscatto dei contributi universitari, a carico del lavoratore, per colmare eventuali lacune contributive. Un’ulteriore “flessibilità” che, ancora una volta, scarica sull’individuo responsabilità e costi di cui forse dovrebbe farsi carico lo Stato.

L’impressione generale è che si stia cercando di costruire un sistema di pensionamento “su misura”, dove però il prezzo da pagare è sempre più individuale. Non una vera riforma strutturale, ma una serie di aggiustamenti che spostano il problema senza risolverlo. Il rischio è quello di creare una pensione “a due velocità”: chi può permettersi di anticipare l’uscita, magari rinunciando alla liquidazione, e chi è costretto a restare al lavoro ben oltre i limiti fisiologici.

Se da un lato è giusto cercare soluzioni per aumentare la flessibilità in uscita, dall’altro è fondamentale garantire che tali opzioni non diventino l’unico riparo possibile per chi è stato penalizzato da un sistema contributivo che non tiene conto delle reali difficoltà del mercato del lavoro contemporaneo.

Insomma, più che un diritto, la pensione sembra ormai diventata una conquista personale. E per ottenerla, bisogna essere disposti a pagare il prezzo. Anche rinunciando alla propria liquidazione.