Ogni anno, oltre 300 milioni di persone in tutto il mondo contraggono gravi infezioni fungine. Un dato allarmante, soprattutto considerando che queste patologie mietono circa 1,35 milioni di vittime all'anno. A lanciare l'allarme è Matteo Bassetti, professore di Malattie Infettive all'Università di Genova e direttore della Clinica di Malattie Infettive del Policlinico San Martino. Le vittime sono perlopiù soggetti fragili: pazienti oncologici, immunocompromessi, persone con bronchite cronica, asma, HIV o AIDS.

Il quadro è aggravato dal fatto che oltre il 90% dei decessi fungini è causato da soli quattro generi: Candida, Aspergillus, Pneumocystis e Cryptococcus.

Le infezioni da funghi, o micosi, si classificano in base al sito d'infezione, alla via di trasmissione e alla virulenza dell'agente patogeno. Secondo il rapporto dell'OMS "WHO fungal priority pathogens list to guide research, development and public health action", le malattie fungine invasive (IFD) sono in aumento, specialmente tra chi ha un sistema immunitario compromesso.

Un esempio emblematico è la Candida. In un organismo sano, è parte del microbioma. Ma in soggetti fragili può diventare un killer silenzioso. Queste infezioni colpiscono spesso chi ha soggiorni ospedalieri prolungati, usa cateteri o si è sottoposto a interventi chirurgici.

Il fenomeno è particolarmente evidente nei Paesi sviluppati, dove l'uso crescente di terapie immunosoppressive — tra cui farmaci biologici per il trattamento di tumori, malattie autoimmuni, cardiovascolari e post-trapianti — ha portato a un'impennata di pazienti immunocompromessi. In altre parole: più la medicina si evolve, più si creano le condizioni per la diffusione di infezioni fungine gravi.

Eppure, nonostante l'evidenza, le micosi continuano a essere trascurate sia in termini di attenzione mediatica che di investimenti nella ricerca e nella sanità pubblica.

Tra le infezioni fungine più pericolose vi è la Candida auris, spesso responsabile di candidemia (infezione del sangue). I dati sono preoccupanti: in alcune aree del mondo, il 90% dei ceppi risulta resistente al fluconazolo, uno degli antifungini più usati. Circa il 30-40% è resistente anche all'amfotericina B. Solo le echinocandine sembrano mantenere una certa efficacia, con tassi di resistenza tra il 5% e il 10%.

I pazienti colpiti da queste infezioni restano più a lungo in terapia intensiva, aumentando i costi sanitari e i rischi clinici. Tuttavia, la ricerca negli ultimi anni ha sviluppato nuovi farmaci attivi contro ceppi multiresistenti, una boccata d'ossigeno in un contesto critico.

Secondo Bassetti, la prevenzione è la strategia più efficace. Gli ospedali dovrebbero implementare programmi strutturati di infection control, con team dedicati al monitoraggio dei cateteri venosi centrali e allo screening dei pazienti più a rischio. Studi come il CHARTER-IFI — focalizzato sulle unità di terapia intensiva italiane — confermano che le infezioni fungine invasive sono sempre più frequenti in questi contesti.

Le infezioni fungine non sono una minaccia remota. Sono qui, oggi, nei nostri ospedali, silenziose e letali. Colpiscono i più deboli, si diffondono laddove la medicina è più avanzata e, soprattutto, sono ancora troppo sottovalutate. Se non si agisce subito, migliorando diagnosi, terapie e prevenzione, continueranno a crescere nell'ombra, lasciando dietro di sé una scia di vittime dimenticate.