Questo l'appello lanciato venerdì dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, alle donne e agli uomini della Global Sumud Flotilla:

«Il valore della vita umana, che sembra aver perso ogni significato a Gaza, dove viene gravemente calpestato con disumane sofferenze per la popolazione, richiede di evitare di porre a rischio l'incolumità di ogni persona.A questo scopo e al fine di salvaguardare il valore dell'iniziativa assunta – valore che si è espresso con ampia risonanza e significato – appare necessario preservare l'obiettivo di far pervenire gli aiuti raccolti alla popolazione in sofferenza.Mi permetto di rivolgere con particolare intensità un appello alle donne e agli uomini della Flotilla perché raccolgano la disponibilità offerta dal Patriarcato Latino di Gerusalemme - anch'esso impegnato con fermezza e coraggio nella vicinanza alla popolazione di Gaza - di svolgere il compito di consegnare in sicurezza quel che la solidarietà ha destinato a bambini, donne, uomini di Gaza».

C'è un limite alla prudenza istituzionale. E quando quel limite viene oltrepassato, la neutralità diventa complicità.

Ancora una volta, Sergio Mattarella, presidente della Repubblica, sceglie accuratamente di non nominare Israele nel suo intervento sul dramma di Gaza. È un silenzio assordante, una reticenza che tradisce la realtà e che, di fatto, legittima il massacro in corso.

Nel suo appello, Mattarella parla del "valore della vita umana che sembra aver perso significato a Gaza", descrive le "disumane sofferenze per la popolazione", invoca il dovere di far arrivare gli aiuti umanitari. Belle parole, certo. Ma parole vuote, perché amputate del soggetto principale: Israele. Non un accenno alla responsabilità diretta dello Stato ebraico nell'aver ridotto la Striscia a un cumulo di macerie e sangue.


Il pilatesco silenzio istituzionale

Non è la prima volta che il capo dello Stato adotta questa postura pilatesca, lavandosene le mani e fingendo che le bombe cadano dal cielo senza autore. Parlare di Gaza senza dire Israele equivale a raccontare di Auschwitz senza menzionare i nazisti. È una scelta politica, non una dimenticanza: e in quanto tale, pesantissima.

La retorica presidenziale quasi induce a credere che Israele abbia una sorta di diritto legale ad attaccare chiunque reputi "nemico", anche se non vi è alcuna minaccia concreta. Si insinua così una narrazione tossica: quella che normalizza l'idea che il genocidio di un popolo sia un atto di "autodifesa".


Gaza: il genocidio che nessuno vuole nominare

Non serve girarci intorno: ciò che accade a Gaza non è una generica "tragedia umanitaria", ma un genocidio. Le Nazioni Unite, i tribunali internazionali, perfino diverse ONG israeliane lo denunciano da mesi. Eppure, in Italia, il massimo garante della Costituzione preferisce tacere sul nome del carnefice. Perché? Per calcolo geopolitico? Per timore di irritare un alleato? Per vigliaccheria diplomatica?


L'urgenza di rompere il silenzio

Ogni volta che un leader evita di nominare Israele come responsabile diretto, contribuisce a un'operazione di propaganda: la cancellazione del colpevole dalla scena. È un tradimento verso le vittime e verso la verità. Non si può difendere "il valore della vita umana" facendo finta che non ci sia chi quella vita la sta annientando con missili, carestie indotte e assedi spietati.

Mattarella avrebbe avuto l'occasione di pronunciare parole nette, di chiamare per nome l'oppressore, di ribadire che il diritto internazionale non concede eccezioni allo Stato di Israele. Invece, ha scelto di parlare a metà, ed è questa mezza verità a renderlo, ancora una volta, complice per omissione.