Esteri

L'industria bellica israeliana sta facendo soldi a palate... collaudando le proprie armi sui civili palestinesi

L'industria bellica israeliana sta vivendo un momento d'oro. I profitti raggiungono livelli record grazie a una strategia tanto cinica quanto efficace: vendere armi come “testate sul campo”, usando le immagini delle devastazioni a Gaza come prova della loro presunta affidabilità. Un marchio di fabbrica costruito sulla distruzione sistematica di una popolazione civile.

Nel 2024 le esportazioni di armamenti hanno toccato i 15 miliardi di dollari, con un aumento del 13% rispetto all'anno precedente. I principali acquirenti? I Paesi europei, seguiti dall'India. Tutto questo mentre sono in corso procedimenti giudiziari internazionali per crimini gravissimi e mentre il diritto internazionale continua a essere trattato come un fastidio secondario.

I droni armati, in particolare, sono stati utilizzati in innumerevoli attacchi contro civili nella Striscia di Gaza. Esperti di diritto internazionale chiedono da anni di interrompere la compravendita di armi con Israele. Ma il flusso di denaro non si ferma. Finché i profitti crescono, i palestinesi restano cavie umane della guerra tecnologica contemporanea.

Questo non è un effetto collaterale. È il modello di business.

Un business che promuove l'apartheid e il concetto di sionismo nazifascista che alimenta la pulizia etnica ai danni dei palestinesi iniziata nel 1948. Nelle ultime ore è stata approvata la creazione di 19 nuovi insediamenti nella Cisgiordania occupata, distribuiti strategicamente tra centro, nord, area di Betlemme, Valle del Giordano e sud del territorio. Questi si aggiungono a decine di altri già istituiti negli ultimi tre anni, portando il totale a un numero senza precedenti.

L'obiettivo dichiarato è bloccare definitivamente qualsiasi prospettiva di uno Stato palestinese, attraverso l'occupazione fisica del territorio e la sua frammentazione irreversibile. Altro che “processo di pace”: qui si parla apertamente di annessione e sostituzione etnica.

Nel frattempo, a Gaza, la realtà è quella di sempre. Raid aerei, missili lanciati da droni, giovani uccisi in strada, corpi portati negli ospedali già al collasso. Dalla fine dell'ultimo cessate il fuoco, il bilancio supera le quattrocento vittime e migliaia di feriti. Numeri che non fanno più notizia, perché l'abitudine all'orrore è parte del problema.

Eppure, denunciare tutto questo viene ancora etichettato come odio etnico o religioso. Un'accusa strumentale, utile a mettere a tacere ogni critica e a proteggere un sistema che lucra sull'apartheid, sull'occupazione e sulla morte. In questo contesto, il vecchio detto pecunia non olet calza alla perfezione: quando il denaro scorre, l'odore del sangue diventa irrilevante.

Di questo stiamo parlando. Non di opinioni, ma di fatti. E i fatti, per quanto scomodi, restano tali... ma non per gente gente della caratura etica e morale di Gasparri, Scalfarotto, Romeo e Delrio, per i quali denunciare i crimini dello Stato canaglia di Israele equivarrebbe ad antisemitismo.

Autore Giuseppe Ballerini
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