Esteri

L'attacco all'Iran certifica che Donald Trump è solo un povero idiota

C'è una domanda che continua a rimanere senza risposta, mentre il Medio Oriente brucia e il mondo intero trattiene il fiato: perché gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro l'Iran?

La domanda non è retorica, perché, se si guarda alla logica geopolitica della crisi, l'unico attore che aveva un obiettivo strategico chiaro era Israele. Da decenni lo Stato ebraico considera il regime degli ayatollah il principale nemico esistenziale e l'ultimo grande ostacolo alla ridefinizione degli equilibri regionali (cioè la creazione di uno Stato di Israele che vada ben oltre gli attuali confini, compresi i Territori Occupati dati già per acquisiti). In questa prospettiva — che si può e si deve criticare, anche duramente — l'abbattimento del potere degli ayatollah rientra in un disegno coerente: eliminare il principale avversario strategico nella regione.

È una strategia che si può giudicare sbagliata, pericolosa o perfino destabilizzante. Ma una logica, per quanto discutibile, ce l'ha.

La domanda vera riguarda dunque Washington. Per quale motivo gli Stati Uniti si sono lasciati trascinare in questo conflitto?

Le spiegazioni ufficiali si sono moltiplicate nel giro di pochi giorni. Prima il cambio di regime. Poi la minaccia nucleare iraniana. Poi la difesa degli alleati. Poi ancora la stabilità del Medio Oriente. Una giustificazione dopo l'altra, fino a costruire un mosaico confuso in cui tutto viene evocato e nulla davvero spiegato.

Quando le motivazioni diventano troppe, di solito significa che non ce n'è neppure una convincente.

La verità è molto più semplice e molto più inquietante: il coinvolgimento americano non ha alcun senso strategico. Nessuno. Non rafforza la sicurezza degli Stati Uniti, non migliora gli equilibri globali, non stabilizza la regione e non risponde a una minaccia imminente contro il territorio americano.

Il supporto militare di Washington è stato però decisivo per la riuscita dell'attacco. Senza gli Stati Uniti, l'operazione non avrebbe avuto né la stessa portata né la stessa efficacia.

Ed è proprio qui che si apre il vero interrogativo politico: perché Donald Trump ha scelto di farlo?

L'unica spiegazione plausibile è che il presidente americano abbia creduto di poter utilizzare una guerra lampo come strumento di distrazione politica. In patria, infatti, la situazione per lui si stava facendo sempre più complicata: le polemiche sugli Epstein files, l'inflazione che continua a erodere il potere d'acquisto degli americani, le tensioni interne al Partito Repubblicano e l'avvicinarsi delle elezioni di midterm.

Una guerra breve, spettacolare, presentata come un successo militare avrebbe potuto cambiare la narrativa. Un copione già visto molte volte nella storia: quando la politica interna scricchiola, si cerca un nemico esterno.

Il problema è che le guerre non obbediscono ai calcoli elettorali.

Dopo appena una settimana, il conflitto si è trasformato in un incubo globale. Non solo per il Medio Oriente, ma per l'intero sistema economico internazionale. L'Iran, consapevole di non poter competere sul piano militare con la potenza congiunta di Israele e Stati Uniti, ha spostato lo scontro su un terreno dove possiede leve molto più efficaci: quello economico ed energetico.

La pressione sulle rotte del petrolio, le tensioni nello Stretto di Hormuz, l'instabilità dei mercati e l'impennata dei prezzi dell'energia stanno producendo effetti a catena sull'economia mondiale. Gli stessi Stati Uniti, che pensavano di poter gestire un conflitto breve e controllato, si trovano ora coinvolti in una crisi dalle conseguenze imprevedibili.

In altre parole, Teheran sta combattendo una guerra diversa — asimmetrica, indiretta, economica — e la sta conducendo con una lucidità strategica che a Washington sembra completamente mancata.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un conflitto aperto, un'economia mondiale destabilizzata e un presidente americano che appare sempre più prigioniero delle conseguenze delle proprie decisioni.

La storia è piena di leader arroganti che hanno creduto di poter piegare la realtà alla propria propaganda. La realtà, però, ha sempre l'ultima parola.

E questa guerra sta dimostrando una cosa con brutale chiarezza: quando l'uomo più potente del mondo prende decisioni guidato dall'improvvisazione e dal calcolo personale, il prezzo lo paga l'intero pianeta.

È difficile trovare una definizione più precisa di questa irresponsabilità.

Forse la più semplice resta anche la più corretta: Donald Trump è un idiota.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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