Se perso in un silenzio vuoi svanire,
col fumo della notte sulla pelle,
se ogni strada sembra non finire,
sotto un soffitto vuoto, senza stelle.
Se la mano cade dritta sul divano,
e il telefono è uno specchio senza voce,
se anche il gesto più leggero e umano,
ti pesa sulle spalle come una croce
Se la mente si è stancata di pensare,
alle scuse da inventare per domani,
se hai scordato come fare a respirare,
con il vuoto che ti stringe tra le mani.
Se ti chiudi dentro un guscio di cemento,
e non rispondi neanche al tuo dolore,
se rimani fermo a stringere il vento,
senza più un brivido, né rabbia, né calore.
Se tutti questi se li senti dentro il petto,
hai voglia solo di poterti addormentare.
Ma vedi l'alba sopra i tetti delle case,
e il vecchio che cammina piano sul viale,
le buste della spesa mezze vuote e offese,
la vita che continua anche se fa male.
Ma i treni dei pendolari la mattina,
le scritte sui muri che nessuno cancella,
la tazzina di caffè sulla vetrina,
la cicatrice che ti rende più bella.
Ma le madri che stringono un passeggino,
mentre il traffico urla e non ha pietà,
la mano tesa di quel ragazzino,
che cerca un futuro in questa città.
Ma tutto questo fango e questa luce,
di un'umanità che cade e che cammina,
che non si arrende e che non fa la pace,
ma sputa il rospo e aspetta la mattina.
Con tutti questi ma vedrai che passa il buio,
e quel pensiero freddo se ne andrà da te.
Ma se una sera i passi suoi faranno rumore,
e sul tuo viso tornerà la meraviglia,
non serviranno i ma, perché quel solo amore,
cancella il vuoto e ti riprende la vita.


La poesia "L'amore uccide il vuoto" di Alessandro Lugli si muove sulle coordinate di una spietata e lucidissima analisi generazionale, raccogliendo l'eredità di quel realismo sporco e viscerale che ha caratterizzato la fine del Novecento per traghettarlo nelle nevrosi del nostro presente. Fin dai primi versi, l'autore non cerca la fuga lirica o l'astrazione, ma si cala dentro una paralisi esistenziale che parla direttamente a chi è cresciuto tra le macerie delle grandi illusioni collettive, dove la solitudine non è un concetto romantico ma una condizione fisica, tangibile, descritta perfettamente dal riflesso opaco di un telefono che è "uno specchio senza voce". È la cronaca di una generazione iperconnessa ma strutturalmente isolata, intrappolata in interni domestici e urbani claustrofobici – il divano, il guscio di cemento – dove persino il futuro è ridotto a un cumulo di scuse da inventare per il giorno dopo. Lugli costruisce la prima parte del testo con una martellante struttura ipotetica che accumula "se" come mattoni di un muro invisibile, dipingendo quel momento esatto in cui l'apatia supera il dolore e si trasforma in un desiderio di pura anestesia, una spinta a scomparire e ad addormentarsi per non dover più sostenere il peso di un quotidiano diventato croce.Tuttavia, il vero miracolo poetico e la forza storica di questo testo risiedono nella sua capacità di non abbandonarsi al nichilismo. La svolta non arriva da un'illuminazione mistica o da un intellettualismo astratto, ma da una violenta e salvifica inversione di rotta dettata dai "ma", che scaraventano il lettore fuori dall'immobilismo della stanza per immergerlo nel flusso disordinato, sporco e bellissimo della vita vera. C'è un'eco potente della grande canzone d'autore italiana, da quel Marco Masini esplicitamente richiamato nella genesi ideale dell'opera fino alle istantanee urbane e neorealiste della nostra letteratura, in quel catalogo di dettagli minimi ma universali: i treni dei pendolari, il vecchio sul viale, la tazzina di caffè sul bancone. Lugli compie un atto di profonda empatia storica, riconoscendo la bellezza non nella perfezione, ma nella ferita, in quella "cicatrice che ti rende più bella" e in quell'umanità che sputa il rospo, che cade, che cammina nel fango ma continua a cercare la luce. È il ritratto veritiero di una collettività ferita ma testarda, che resiste all'urto del traffico e della disillusione semplicemente continuando a esistere. Il finale rompe ogni argine dialettico tra il dubbio e la certezza: l'irruzione dell'altro, il rumore dei passi di chi si ama, spazza via sia le paure sia i tentativi razionali di difendersi. L'amore, nell'universo poetico di Lugli, non è un rifugio idilliaco ma una forza d'urto primordiale, l'unico vero antidoto politico ed esistenziale capace di disintegrare il vuoto dell'anima e di restituire all'uomo la sua spietata, magnifica voglia di vivere.