Due notizie. Una cattiva e una buona.
La cattiva è che la pensione si allontana ancora, come un miraggio nel deserto: con l’aspettativa di vita che – secondo l’Istat – sfiora ormai i cento anni, l’età pensionabile salirà gradualmente fino ai 70.
La buona, se vogliamo vederla, è che a quell’età potremo finalmente dire addio alle fototessere sbiadite, alle code all’anagrafe e ai documenti da rinnovare. A settant’anni, la carta d’identità diventerà “eterna”, come la pazienza degli italiani.

Il ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo ha presentato così una delle novità più discusse del pacchetto “Semplificazioni 2025”: gli over 70 non dovranno più rinnovare la carta d’identità. Una misura simbolica, certo, ma non banale. Perché tocca un nervo scoperto del rapporto tra cittadini e burocrazia: quello del tempo. Tempo perso negli uffici, tra moduli e timbri; tempo che oggi, con l’invecchiamento della popolazione e l’allungamento dell’età lavorativa, diventa il bene più prezioso e più scarso.

Ma il paradosso resta: da un lato, si allunga la vita lavorativa in nome della sostenibilità del sistema pensionistico; dall’altro, si promette una burocrazia più snella, come se potesse bastare a compensare il peso di altri dieci anni di lavoro.

L’Italia del futuro sarà un Paese di settantenni ancora al lavoro ma liberi di non fare la fila per un documento. Un piccolo conforto, certo. Ma un conforto che dice molto su di noi: capaci di sopportare di tutto e di più. da stipendi da fame a pensioni lontane e irraggiungibili, sempre per quattro soldi, e il tutto condito da una tassazione record che si porta via il 42 per cento del nostro reddito per ricevere in cambio servizi pubblici da terzo mondo!

Insomma, l’Italia del futuro sarà fatta di ultrasettantenni produttivi e documenti immortali.
E forse è giusto così: se dobbiamo lavorare fino all’ultimo respiro, almeno facciamolo con la soddisfazione di avere una carta d’identità che dura più di noi!