Emanuele Fiano: "Il Partito Democratico Di Milano, non so se al termine di una lunga discussione nella direzione provinciale di cui non faccio più parte da quando non sono più parlamentare, o se per decisione presa solo dai vertici, chiede nuovamente di sospendere il gemellaggio di Milano con Tel Aviv. Vedo che appoggiano questa richiesta portata una aula in Consiglio Comunale dalla capogruppo Beatrice #Uguccioni, anche Pierfrancesco Majorino e ovviamente il segretario metropolitano #Capelli.Bravi complimenti vi siete messi il cuore in pace così! Mentre a Tel aviv da tre anni centinaia di migliaia di persone hanno chiesto la fine della guerra a Gaza prima e ora in Iran e Libano, hanno manifestato contro Nethaniau e i suoi ministri razzisti e reazionari e tutte le loro scelte, hanno manifestato per i diritti dei palestinesi, contro l'occupazione della Cisgiordania e le violenze disumane dei coloni contro i palestinesi, hanno manifestato i giovani che si rifiutano di servire l'esercito, e i giovani che sfilano con le foto dei bambini palestinesi uccisi. Mentre solo due giorni fa la polizia ha malmenato, per disperdere, in una di queste manifestazioni, Colette Avital una nostra anziana compagna laburista, già responsabile esteri dei laburisti israeliani, protagonista di tanti incontri con il PDS e i DS ed il PD, alla ricerca della pace, con Napolitano, Veltroni, Fassino. Ecco voi interrompete il legame con tutta Tel Aviv, anche quella che lavora senza tregua per la pace e contro la guerra da sempre. È un'idea geniale, di alta politica, utilissima alla pace. È un classico della semplificazione manichea, da una parte sta solo il male, dall'altra il bene. E con la prima parte bisogna recidere ogni rapporto. Come non averci pensato prima? Mi pare evidente che sia un grande contributo alla pace, nel giorno in cui 600 cattedratici israeliani denunciano firmandosi, la violenza dei coloni che vogliono cacciare i palestinesi dalla Cisgiordania in barba a qualsiasi diritto nazionale e internazionale o anche a qualsiasi principio di umanità. Quando ho cominciato a frequentare il PCI milanese e poi il PDS si organizzavano incontri con la sinistra israeliana e quella palestinese e addirittura viaggi in Israele e Palestina per capire, per conoscere, per studiare ( parola ormai desueta ) e per farsi protagonisti del dialogo. Mai visto niente del genere nel Partito di oggi. Mai visto chiedere a chi questa storia terribile la frequenta da decenni, un contributo, mai visto aprire una discussione. E come mai non chiedete l'interruzione del gemellaggio con Chicago negli USA, visto il comportamento di Trump? E come mai non chiedete di cancellare il gemellaggio con San Pietroburgo visto il comportamento di Putin? È veramente difficile se non impossibile rimanere in un Partito così".
L'uscita (annunciata) di Emanuele Fiano dal Partito Democratico non è una perdita. È, semmai, una liberazione. Politica e soprattutto narrativa. Perché il punto non è la polemica sul gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Il punto è ciò che Fiano rappresenta da anni: una linea che pretende di definirsi “di sinistra” mentre giustifica, minimizza o distorce ciò che accade nello Stato ebraico di Israele.
Nel suo intervento, Fiano ripete uno schema ormai logoro: attribuire tutto a Benjamin Netanyahu, come se fosse un uomo solo al comando, una sorta di supereroe al contrario capace da solo di decidere guerre, bombardamenti, occupazioni e devastazioni che coinvolgono interi apparati statali, militari e – soprattutto – un consenso interno tutt'altro che marginale.
Una narrazione che non regge. Perché le guerre non le fa un uomo solo. E nemmeno si sostengono senza una parte consistente della società che le approva, le tollera o le giustifica.
Ancora più discutibile è il racconto delle piazze di Tel Aviv. Fiano parla di manifestazioni per la pace, di proteste contro la guerra, di una società mobilitata per i diritti dei palestinesi. Ma la realtà è molto più complessa – e meno comoda: gran parte di quelle proteste durante il conflitto a Gaza aveva come obiettivo principale la liberazione degli ostaggi, non certo la fine delle operazioni militari. E nello stesso tempo, oggi ampi settori dell'opinione pubblica israeliana sostengono le azioni del governo nei diversi fronti di guerra attuali.
Ignorare questo significa costruire una versione edulcorata dei fatti. Significa raccontare una storia che rassicura, ma che non corrisponde assolutamente alla realtà di ciò che accade in Israele.
Poi c'è il tema dei coloni. Anche qui, Fiano si ferma a metà: denuncia le violenze, ma evita di affondare il colpo sulle radici profonde di quel fenomeno, politiche, culturali e, soprattutto, religiose. Come se fosse un'anomalia, e non una componente strutturale di un sistema che va avanti da decenni. È perché si definiscono ebrei anche i nazisionisti che appartengono a movimenti come i Giovani delle Colline o Nachala continuano a commettere crimini su crimini... supportati dalle IDF e ignorati dal cosiddetto Stato democratico di Israele. Ma per Fiano tutto questo non esiste, tanto da condannare ciò che gli ebrei israeliani che lui dice di sostenere chiedono: il boicottaggio dello Stato ebraico da parte della comunità internazionale!
Infine, il punto più politico: il dialogo. Fiano lo invoca come se esistesse ancora uno spazio reale per quel tipo di confronto che il vecchio PCI e poi il PDS tentavano di costruire. Ma quel mondo non c'è più. O, quantomeno, non esiste nelle forme che lui continua a evocare.
Oggi il contesto è radicalmente cambiato. E continuare a raccontarlo con categorie del passato non è solo inutile: è fuorviante.
Per questo il suo addio al Partito Democratico non è una tragedia. È una presa d'atto. Meno ambiguità, meno narrazioni autoassolutorie, meno finzioni.
Se davvero il PD vuole ritrovare una linea chiara, forse deve partire proprio da qui: smettere di inseguire chi, in nome di un presunto equilibrio, finisce per negare l'evidenza.
E in questo senso, sì: l'uscita di Fiano è una buona notizia.... anzi, ottima!


