In un'intervista esclusiva con il giornalista americano Tucker Carlson, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha espresso senza mezzi termini la posizione della Repubblica Islamica dell'Iran sulle tensioni regionali, sul programma nucleare, sulle relazioni con l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) e sulle prospettive per una ripresa del dialogo con gli Stati Uniti. Al centro delle sue dichiarazioni, un'accusa chiara: l'instabilità della regione è frutto delle azioni militari e politiche del governo israeliano.

Pezeshkian ha sottolineato che l'Iran non ha mai avuto problemi con il negoziato, ma che le azioni di Israele – tra cui omicidi mirati, bombardamenti e sabotaggi – hanno compromesso gravemente il clima di fiducia necessario per la diplomazia. «Siamo pronti a tornare al tavolo delle trattative, ma a una condizione: che non si permetta nuovamente a Israele di colpire mentre si negozia», ha dichiarato.

In risposta alle accuse secondo cui l'Iran starebbe perseguendo lo sviluppo di armi nucleari, Pezeshkian ha ribadito che l'ayatollah Khamenei ha emesso una fatwa che proibisce la produzione e l'uso di armi atomiche. «Israele diffonde dal 1992 la menzogna che cerchiamo la bomba. Ma non è mai stato così», ha detto, aggiungendo che Teheran ha sempre collaborato con l'AIEA fino a quando le sue strutture nucleari non sono state attaccate.

Il presidente ha espresso profonda sfiducia nei confronti dell'AIEA, accusandola indirettamente di aver fornito a Israele informazioni sensibili che poi sarebbero state utilizzate per compiere attacchi. «Abbiamo lasciato che l'AIEA ispezionasse tutte le nostre strutture, ma quando le stesse strutture vengono bombardate e l'Agenzia non dice nulla, come si può parlare ancora di fiducia?», ha chiesto retoricamente.

Pezeshkian non ha escluso la possibilità di riaprire i canali diplomatici con Washington, ma ha chiarito che per l'Iran il rispetto del diritto internazionale è imprescindibile. «Possiamo risolvere tutto con il dialogo. Serve solo che le regole vengano rispettate da tutti», ha dichiarato, suggerendo che la palla è ora nel campo del presidente americano. Ha anche affermato che l'Iran non ha mai cercato lo scontro, né tantomeno una guerra, ma non resterà inerte di fronte ad aggressioni e ingerenze.

Pezeshkian ha rivelato che vi è stato un tentativo di attentato contro di lui, orchestrato – secondo le sue informazioni – dai servizi israeliani, durante una riunione a porte chiuse. «Non temo la morte, ma vivere in un mondo dove si semina terrore e violenza è inaccettabile».

Alla domanda su presunte "cellule dormienti" iraniane negli Stati Uniti, il presidente ha risposto con sarcasmo e incredulità: «È la prima volta che sento queste cose. Gli iraniani in America sono tra i più colti e rispettosi della legge. Non c'è alcuna evidenza di violenza da parte loro. Chi dice il contrario, lo fa per spingere l'America verso un'altra guerra inutile».

Pezeshkian ha spiegato che lo slogan "Morte all'America" è rivolto alle politiche di ingerenza e violenza, non al popolo americano. «Non abbiamo mai attaccato nessun Paese. Quel grido è contro i crimini, contro l'oppressione, non contro le persone».

Secondo il presidente iraniano, l'unica vera barriera alla stabilità in Medio Oriente è il governo israeliano e in particolare Benjamin Netanyahu. «Ha bombardato scuole, ospedali, università. Questo è genocidio, ed è sotto gli occhi del mondo», ha detto, aggiungendo che il tentativo di Israele di coinvolgere gli Stati Uniti in un conflitto più ampio è pericoloso e irresponsabile.

Infine, Pezeshkian ha affermato che il futuro dipende dalla scelta americana: «Trump può scegliere se portare la regione verso la pace o verso una guerra senza fine. Noi siamo pronti a collaborare con qualsiasi investitore, anche americano. Ma sono le sanzioni e l'instabilità a bloccare ogni progresso».

L'intervista del presidente iraniano mette in evidenza una volontà dichiarata di dialogo, ma anche una ferma condanna delle politiche israeliane e delle interferenze esterne. La sua narrazione ruota attorno a un'idea semplice ma potente: l'Iran non vuole la guerra, ma è pronto a difendersi. E l'unica via per evitarla è una diplomazia che non venga sabotata dalle bombe.



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