Nel giorno del Nowruz, mentre il Paese celebra il Capodanno persiano sotto i bombardamenti, la leadership iraniana rilancia con forza il seguente messaggio: l’Iran non è crollato, l’Iran resiste. E, soprattutto, l’Iran non è stato sconfitto.
In una nota scritta diffusa alla nazione, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha affermato che i nemici – Stati Uniti e Israele – hanno commesso un grave errore di calcolo, convinti che bastassero pochi giorni di attacchi per piegare la Repubblica islamica.
Secondo Khamenei, la risposta del popolo iraniano è stata opposta a quella attesa dagli aggressori: non il caos, ma la coesione. Non il crollo, ma una saldatura interna ancora più forte.
Nel suo messaggio, la Guida Suprema ha parlato di una “economia della resistenza sotto l’unità nazionale e la sicurezza nazionale”, indicando chiaramente la strada che Teheran intende seguire: rafforzare il fronte interno mentre la guerra prosegue.
L’Iran, secondo questa narrativa, ha costruito una vera e propria “linea di difesa diffusa” tra la popolazione, capace di neutralizzare l’impatto psicologico e politico degli attacchi.
Per Teheran, la strategia di Washington e Tel Aviv era chiara: colpire la leadership, eliminare figure chiave e generare panico nella popolazione per provocare il collasso del sistema.
Una strategia che, secondo Khamenei, si è rivelata un fallimento.
L’assassinio di alti dirigenti, incluso l’ex Guida Suprema Ali Khamenei all’inizio del conflitto, non ha prodotto il risultato sperato. Al contrario, viene presentato come un elemento che ha rafforzato la determinazione del Paese e reso più evidente la natura dell’attacco subito.
Nella lettura iraniana, il conflitto non è una guerra di aggressione da parte di Teheran, ma una guerra imposta dall’esterno. Un tentativo – secondo le autorità – di dominare il Paese, smembrarlo e imporre un nuovo ordine politico.
È in questo contesto che la leadership parla apertamente di “resistenza”: non solo militare, ma economica, sociale e culturale.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: sopravvivere all’urto, mantenere l’indipendenza nazionale e trasformare la pressione esterna in un fattore di rafforzamento interno.
A rafforzare questa narrazione contribuisce anche la struttura stessa dello Stato iraniano. Analisti sottolineano come il sistema politico sia stato progettato per resistere anche a shock estremi, evitando vuoti di potere e garantendo continuità istituzionale anche dopo colpi durissimi alla leadership.
È questa architettura che, secondo Teheran, ha impedito il collasso previsto dagli avversari.
Mentre i raid continuano e il bilancio delle vittime cresce, la leadership iraniana insiste su un punto: la guerra non ha spezzato il Paese. Anzi, nella narrazione ufficiale, lo ha reso più compatto.
Per Teheran, la partita è ancora aperta. Ma una cosa, sostiene Khamenei, è già certa: chi pensava di piegare l’Iran in pochi giorni ha sbagliato tutto.
E su questo punto è impossibile dargli torto.


