Il nucleo della nuova difesa continentale sarà costituito da quattro Stati che per diverse caratteristiche sono dei pesi massimi dell’Europa: Regno Unito e Francia potenze nucleari, Germania potenza militare-industriale, Polonia con l’esercito convenzionale più numeroso e forte.

Il cambio di paradigma sta avvenendo essenzialmente a causa della presa di coscienza dei membri NATO europei di due fattori. Il primo è l’inefficienza del riarmo, la lentezza, gli ostacoli burocratici e forse la mancanza di una vera volontà politica comune.

Il secondo è il ritiro degli USA dagli impegni sul teatro europeo, che si tradurrà forse in una diminuzione dei soldati nelle basi continentali o addirittura l’uscita di Washington dall’Alleanza Atlantica. La rivista Foreign Affairs spiega che i quattro Paesi chiave prenderanno le decisioni in ambito nome dei propri interessi, non sempre coincidenti. E descrive le loro caratteristiche particolari e piuttosto curiose: sono infatti “importanti, egocentrici, spaventati”.

Oggi Varsavia conta già l’esercito NATO più grosso dopo USA e Turchia, ma per il 2039 aumenterà più del doppio: da 215mila a 500mila soldati. E col 4,7% di PIL destinato alla difesa acquisterà armamenti e munizioni per essere la prima difesa naturale contro l’ipotetica invasione russa.

La Germania invece sta tornando al passato dopo decenni di pacifismo e avversione alle spese per la sicurezza. Il budget per la difesa si alzerà a 152 miliardi di euro in tre anni ed è già oggi il quarto al mondo dopo USA, Cina e Russia.

Francia e Gran Bretagna possiedono armi nucleari e ciò le rende fondamentali e imprescindibili, nonostante Parigi faccia fatica a investire nella difesa perché le mancano i soldi. E manca pure il consenso politico e quello popolare alle scelte bellicose di Macron.

Dal canto suo, Londra ha un esercito relativamente piccolo e sta abbandonando le velleità di controllo su tutte le sue basi in giro per il mondo, residuo dell’antica potenza coloniale. Ma ha ancora molto da dire in termini della sua politica di “Global Britain”.