Gaza, stretta israeliana sulle ONG: aiuti umanitari a rischio collasso
La decisione di Israele di non rinnovare i permessi operativi a decine di organizzazioni umanitarie internazionali rischia di aggravare ulteriormente la già catastrofica situazione nella Striscia di Gaza. Tra le ONG colpite figurano nomi di primo piano come il Norwegian Refugee Council, CARE International, l'International Rescue Committee e importanti sezioni di Oxfam e Caritas.
Particolarmente dura è stata la presa di posizione contro Medici Senza Frontiere (MSF), una delle principali organizzazioni sanitarie attive a Gaza. Israele ha accusato l'ONG di non aver chiarito il ruolo di alcuni membri del personale, sostenendo che vi sarebbero state collaborazioni con Hamas. Accuse respinte con fermezza da MSF, che ha ribadito di non impiegare né tollerare personale coinvolto in attività militari.
Il ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, ha sintetizzato la linea del governo israeliano in modo netto: l'assistenza umanitaria è accettata, ma non l'uso delle strutture umanitarie per fini terroristici. Tuttavia, secondo le organizzazioni internazionali, le nuove regole imposte da Israele sarebbero arbitrarie e punitive. In totale, 37 gruppi operanti a Gaza non hanno visto rinnovare i propri permessi.
Un impatto devastante sulla sanità
MSF ha avvertito che la decisione israeliana avrà conseguenze drammatiche. L'organizzazione sostiene circa il 20% dei posti letto ospedalieri a Gaza e segue un terzo delle nascite. In un contesto in cui il sistema sanitario è stato in gran parte distrutto, limitare l'operatività di uno dei principali attori medici significa, di fatto, ridurre drasticamente le possibilità di cura per la popolazione civile.
Le ONG forniscono servizi essenziali: distribuzione di cibo, assistenza sanitaria, supporto psicologico, servizi per disabili ed educazione. Secondo Amjad Shawa, del Palestine NGOs Network, la mossa israeliana rientra in una strategia volta a inasprire la catastrofe umanitaria e a spingere la popolazione palestinese fuori da Gaza.
Preoccupazione internazionale crescente
La decisione arriva mentre almeno dieci Paesi – tra cui Regno Unito, Canada, Francia, Giappone e Svezia – hanno espresso serie preoccupazioni per un nuovo peggioramento della situazione umanitaria. In una dichiarazione congiunta, hanno descritto condizioni spaventose: piogge intense, temperature in calo, 1,3 milioni di persone senza rifugi adeguati, oltre metà delle strutture sanitarie solo parzialmente funzionanti e il collasso totale delle infrastrutture sanitarie, che espone centinaia di migliaia di persone a rischio epidemie a causa degli allagamenti.
I governi firmatari hanno chiesto a Israele di garantire alle ONG un accesso "sostenuto e prevedibile" e di aprire i valichi terrestri per aumentare il flusso di aiuti. La risposta del ministero degli Esteri israeliano è stata di netto rigetto, definendo la dichiarazione "falsa" e accusando la comunità internazionale di ignorare la necessità di disarmare Hamas.
Aiuti ostacolati e personale a rischio
Secondo le ONG, Israele ostacola da mesi l'ingresso di aiuti salvavita. Più di 100 organizzazioni avevano già accusato Tel Aviv di "militarizzare gli aiuti". Dall'ottobre 2023, oltre 71.000 palestinesi sono stati uccisi e centinaia sono morti per malnutrizione o malattie prevenibili a causa della carenza di forniture mediche.
Le nuove procedure di registrazione per le ONG introdotte a marzo prevedono la consegna di elenchi dettagliati del personale, inclusi i lavoratori palestinesi a Gaza. Alcune organizzazioni hanno rifiutato di fornire questi dati per timore che i propri dipendenti potessero diventare bersagli. Una preoccupazione concreta, considerando che centinaia di operatori umanitari sono già stati uccisi durante il conflitto.
La revoca delle licenze comporterà la chiusura degli uffici delle ONG in Israele e a Gerusalemme Est e impedirà l'ingresso di personale internazionale e di nuovi aiuti a Gaza. Il carico di lavoro ricadrà interamente su personale locale già stremato.
Un precedente pericoloso
Non è la prima volta che Israele prende di mira le organizzazioni umanitarie. Durante la guerra ha accusato anche l'UNRWA di collusioni con Hamas, accuse che le Nazioni Unite hanno respinto. Nell'ottobre scorso, la Corte Internazionale di Giustizia (delle Nazioni Unite) ha stabilito che Israele deve sostenere gli sforzi di soccorso a Gaza e garantire i bisogni fondamentali della popolazione civile, giudicando non provate le accuse contro l'UNRWA.
Il taglio dei finanziamenti a questa agenzia, deciso da alcuni Paesi dopo le accuse israeliane, ha ulteriormente messo a rischio uno dei pochi canali di assistenza ancora attivi. In un contesto di devastazione totale, la stretta sulle ONG internazionali rischia di trasformare una crisi umanitaria senza precedenti in un collasso irreversibile.
Che cosa ha detto l'Europa su questo? Nulla
«L'Unione Europea - invece - esprime seria preoccupazione per il ricorso diffuso alla detenzione arbitraria da parte delle autorità iraniane per reprimere le voci critiche all'interno del Paese, in violazione degli obblighi dell'Iran ai sensi della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici. Invitiamo le autorità iraniane a rilasciare tutte le persone ingiustamente detenute per aver esercitato i loro diritti fondamentali, tra cui la libertà di espressione e di riunione».
Di questo, giustamente, si preoccupa la signora Kallas nei momenti di "relax" in cui non è impegnata a denunciare il mancato rispetto del diritto internazionale, compreso quello umanitario, da parte della Russia nei confronti dell'Ucraina.
Inoltre, l'Alta rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza ci tiene a sottolineare che tra le persone detenute c'è anche «la vincitrice del Premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, la cui salute rimane fragile, così come altri difensori dei diritti umani arrestati il 12 dicembre a Mashhad. I difensori dei diritti umani devono poter far sentire la propria voce e svolgere il loro legittimo lavoro, senza che la loro libertà sia messa a repentaglio, in Iran come altrove».
Come si può capire, per l'Ue i diritti umani sono importantissimi e vanno tutelati... evidentemente esclusi solo quelli dei palestinesi, soprattutto se a causarne la pulizia etnica sono degli ebrei israeliani, perché denunciarne i crimini, applicando loro boicottaggi e sanzioni durissime, si finirebbe per rendersi colpevoli di antisemitismo! Ci mancherebbe altro!Altrimenti si rischierebbe che gli ebrei della diaspora e i nazifascisti - della politica e della stampa - che ora sono diventati loro alleati e che supportano e applaudono i crimini dello Stato ebraico finirebbero per farsi venire delle crisi epilettiche.
Infatti, tutta quella marmaglia - ad esempio - va in escandescenze accusando di genocidio chiunque manifesti al grido di Palestina libera, mentre giustifica la pulizia etnica a Gaza, a Gerusalemme est e in Cisgiordania come dovuta. E coloro che ne chiederanno il perché si sentiranno rispondere perché i palestinesi sono scudi umani di Hamas! Una risposta che viene ripetuta tuttora nonostante che a Gaza sia in vigore il cessate il fuoco e nonostante che a Gerusalemme est e in Cisgiordania governi (si fa per dire) l'ANP.
Non è tutto. Se definisci quella marmaglia complice del genocidio, chi ne fa parte ha pure la faccia tosta di indignarsi.
Vi è una morale in tutto questo? Difficile dirlo. Però, da quel che se ne può capire, chiunque decida di dedicarsi ad attività criminali è consigliabile che lo faccia provvisto di kippah e peot oppure di tichel (o snood o sheitel)... in quel caso l'impunità parrebbe garantita.