«Voglio sapere quanto costa la mobilitazione», avrebbe chiesto Giorgia Meloni al suo staff, a proposito delle ricadute economiche che lo Stato e le famiglie pagano per la protesta.
La domanda non è 'acida' come sembra, visto che il Consiglio dei ministri è alle prese con il documento di programmazione finanziaria, dove i plus ballano di qualche zero virgola per cento: oltre 500 scioperi l'anno possono fare qualche differenza.
Ma è necessaria una disanima più ampia dei "costi", se non si vogliono conclusioni affrettate sui risultati di questi scioperi.
QUANTI SONO STATI GLI SCIOPERI?
Nel 2024, stando ai dati della Commissione di Garanzia degli Scioperi (CGS), in Italia sono stati proclamati 1.603 scioperi, di cui 981 sono stati revocati, portando a un totale di 622 mobilitazioni effettive, quasi una e mezza al giorno, ovvero 51 in un mese.
Nel 2023 erano stati proclamati 1.647 scioperi, revocati 1.064, per un totale di 583, circa 48 al mese.
Dunque, c'è un primo dato che attira l'attenzione: due scioperi su tre vengono prima proclamati e poi revocati.
Un dato su cui riflettere: circa 1.000 scioperi all'anno vengono revocati perché il "padrone" cede alle richieste oppure perché i lavoratori non sono motivati oppure perché illegittimi? Oppure, semplicemente, perché la minaccia di sciopero è diventata uno strumento di propaganda politica, come si sente dire da destra ma pure da sinistra?
Sarebbe essenziale saperlo.
QUANTI LAVORATORI HANNO ADERITO AGLI SCIOPERI?
I dati ufficiali del Dipartimento della Funzione Pubblica confermano puntualmente che l'adesione agli scioperi è bassa, almeno per quanto riguarda scuola, università, sanità e pubblica amministrazione.
Ad esempio, lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private del 3 ottobre ha visto scioperare solo il 7,48% di dipendenti pubblici: tutto qui.
Era andata meglio un mese prima, il 22 settembre, quando lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private aveva raggiunto il 9,29% di adesioni tra il personale pubblico. (149.811 su oltre 1,8 milioni di dipendenti).
Molto peggio quando il 20 giugno allo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private aveva partecipato solo l'0,88% del personale pubblico, per non parlare dell'8 marzo quando gli scioperanti furono lo 0,71%.
Situazione simile anche negli scioperi di settore.
Ad esempio, lo sciopero del 24 febbraio dei lavoratori delle Linee Vesuviane, Flegree, Suburbane, Metropolitane, Servizio Autolinee EAV, con una percentuale di adesioni del 7,02%. (210 adesioni su circa 3mila dipendenti).
Oppure lo sciopero del personale delle scuole comunali del 30 giugno che ha visto scioperare solo il 2,42% delle lavoratrici. (9.760 adesioni su oltre 1,3 milioni di lavoratrici).
Oppure quello del personale della scuola del 7 maggio a cui ha aderito solo lo 0,64% del personale (6.911 su oltre 1,1 milioni di lavoratori).
O anche lo sciopero del personale delle università e degli enti pubblici di ricerca del 12 maggio con una percentuale di partecipanti dello 0,68% (592 adesioni su oltre 93mila lavoratori).
In parole povere, siamo assediati da proclami di sciopero con una media nazionale di 4 al giorno, ma poi solo un terzo di questi scioperi diviene realtà e solo una piccola parte dei lavoratori aderisce, solitamente sono meno del 10% e non di rado meno dell'1%.
QUANTO CONSENSO GENERANO GLI SCIOPERI?
Sorgono spontanee due domande.
La prima domanda è scontata: con una media nazionale di 4 proclami di sciopero al giorno, di cui 2,5 vengono revocati a stretto giro, certamente si alimenta il clamore mediatico ma allo stesso tempo possiamo chiederci se tutto questo logora l'affezione e la motivazione dei lavoratori?
In termini pratici, la popolarità tra la Sinistra che si è costruito qualche leader politico-sindacale con questa strategia "scioperista" va a discapito della Sinistra stessa?
Il dubbio è dovuto, viste non solo le adesioni agli scioperi, ma soprattutto visti i risultati elettorali.
Quanto ai 2 milioni in piazza dello scorso week end, va sottolineato che lo sciopero era per Gaza e non per questioni di lavoro o di politica interna. Anche in Germania, che non riconosce la Palestina come l'Italia, il 27 settembre a Berlino si è tenuta la più grande manifestazione di massa del Paese in solidarietà con la Palestina (ma senza sciopero).
Ad ogni modo, riguardo le adesioni alle manifestazioni italiane, in termini di numeri ci sono due fattori d'interesse, che incidono notevolmente sul numero di partecipanti.
Il primo è il numero di "organizzatori" presenti tra i manifestanti, visto che solo i rappresentanti sindacali di unità produttiva in Italia sono quasi 300mila ed è nel loro stesso ruolo essere presenti alle manifestazioni, non come scioperanti ma retribuiti in permesso sindacale.
Il secondo fattore di cui tenere conto è che erano coinvolti anche gli studenti superiori che non votano, ma sono oltre 2,5 milioni in totale.
Anche se partecipassero solo per il 10% … vanno ad aggiungere almeno 250mila persone alle piazze.
Questo non per sminuire la vicinanza degli italiani al dramma che si sta svolgendo a Gaza, ma per sottolineare che quei 2 milioni di manifestanti non si tramutano in altrettanti aderenti allo sciopero né in elettori della Sinistra.
QUANTO COSTANO GLI SCIOPERI AL SISTEMA ITALIA?
Detto questo arriviamo al clou della questione: quanto ci costano gli scioperi in termini di Prodotto Interno Lordo (PIL) alla fine dell'anno, quando si chiudono i conti del Sistema Italia?
Non è così difficile saperlo.
Dai dati della del Dipartimento della Funzione Pubblica quello che è certo è che le adesioni agli scioperi maggiori del settore pubblico si mantengono entro un massimo del 10% o anche meno, mentre non pochi hanno ricadute praticamente irrilevanti.
Secondo la Corte dei Conti, nel 2025, la spesa totale per gli stipendi dei dipendenti pubblici italiani raggiungerà i 201 miliardi di euro annui, cioè 550 milioni al giorno.
Dunque, se viene a mancare il prodotto lordo di un giorno di lavoro del 10% dei lavoratori pubblici, la perdita è presto detta: 55 milioni di euro.
Il vero "buco" nel nostro PIL deriva, però, dalle conseguenze collaterali degli scioperi dei trasporti o della scuola: luoghi di lavoro irraggiungibili e/o familiari ingestibili, con conseguenti assenze forzose sul lavoro e criticità varie.
E visto che di media gli italiani nel loro insieme producono 5,5 miliardi di euro al giorno (PIL) e che il 10% fa mezzo miliardo, è presto detto che l'effetto collaterale degli scioperi maggiori comporti una erosione del PIL italiano di centinaia di milioni di euro al giorno.
Quanto agli scioperi nella Sanità, il quadro cambia radicalmente: ogni anno sono circa 60 milioni di visite specialistiche nel Sistema Sanitario Nazionale (esclusi i ricoveri): in un giorno sono quasi 200mila visite, domeniche escluse.
E se sciopera il 10% degli specialisti, saltano 20mila di appuntamenti.
Magari meno, facendo leva sui colleghi presenti, ma comunque si tratterebbe di migliaia di malati che devono rinviare la visita, finendo in coda alle liste d'attesa.
CONCLUSIONI
Certamente, in Italia gli scioperi sono tanti e sono poco partecipati.
Molto diversa sarebbe la situazione se gli scioperi generali fossero soprattutto mirati al carovita (e ai salari) oppure alla qualità dell'istruzione, della sanità, dei trasporti e delle pensioni.
Come era una volta e come è sempre stato, insomma.
Quanto alla delicata questione dei costi "sociali" di uno sciopero generale, c'è poco da dire.
Lo sciopero generale è uno strumento di protesta che - proprio per i costi sociali che si verificano e comunque per l'aspetto politico delle rivendicazioni - è sempre stato considerato più come un ultimo tentativo di pressione per ottenere il riconoscimento di diritti, il miglioramento delle condizioni di lavoro o per opporsi a politiche ritenute ingiuste, piuttosto che un metodo abituale di rivendicazione di categoria.
Qualcosa di cui l'Italia ha perso la memoria, se per lo Statuto dei Lavoratori recentemente s'è fatto un referendum, senza però fare uno sciopero generale o almeno un "venerdì lungo" di manifestazioni, come del resto era servito per ottenerlo negli Anni 70. Incredibile, vero?

