La convocazione, da parte dell'Iran, dei rappresentanti di Francia, Germania, Italia e Regno Unito è da attribuirsi ad una dinamica tipica dei regimi dittatoriali, che cercano di rovesciare la narrazione della repressione alle proteste interne, facendo leva sulle ingerenze dall'estero come fomentatrici dei disordini.
In risposta la presidente del Parlamento UE, Roberta Metsola, ha annunciato la decisione di voler negare ai diplomatici iraniani l'accesso a tutte le sedi dell'istituzione da lei guidata:
“Non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto – ha spiegato Metsola –. Mentre il coraggioso popolo iraniano continua a difendere i propri diritti e la propria libertà, oggi ho preso la decisione di vietare l'accesso a tutto il personale diplomatico e a qualsiasi altro rappresentante della Repubblica islamica dell'Iran da tutti i locali dell'Europarlamento. Questa assemblea non contribuirà a legittimare un regime che si è sostenuto attraverso torture, repressione e omicidi".
Fin qui, sul piano dei principi, è difficile dissentire: una repressione violenta e la minaccia (o l'uso) della pena di morte contro il dissenso sono incompatibili con l'idea stessa di dignità umana e con gli impegni internazionali in materia di diritti. Ma proprio la linearità morale di questo quadro fa emergere con più forza la domanda successiva: perché la stessa energia, la stessa severità simbolica e la stessa conseguenza politica non si applicano con pari intensità ad altri casi, in particolare quando le violazioni – o le accuse di violazioni – riguardano Stati alleati, protetti da relazioni strategiche, da vincoli storici, o da equilibri geopolitici? È qui che la questione smette di essere “solo” un giudizio su Teheran e diventa un problema di credibilità del diritto internazionale.
Il diritto internazionale non è un menu à la carte
Il diritto internazionale, se vuole essere più di un linguaggio diplomatico di circostanza, vive di un presupposto essenziale: la sua applicazione non può dipendere dall'identità del soggetto. L'idea di norme comuni serve precisamente a sottrarre la convivenza fra Stati alla pura forza, alla vendetta e all'arbitrio. Se “vale a seconda”, non è più diritto: è retorica di potere.
Questa non è un'osservazione idealistica. È, al contrario, la più realistica delle conclusioni: un ordine internazionale percepito come selettivo produce due effetti concreti e devastanti.
Erode la legittimità di chi invoca le regole. Ogni condanna diventa sospetta: non “difesa dei diritti”, ma “strumento geopolitico”. E quando un'accusa è percepita come strumentale, anche quella fondata perde forza.
Rende razionale l'uscita dal multilateralismo. Se le regole proteggono alcuni e colpiscono altri, allora per molti attori la strategia migliore diventa costruire blocchi alternativi, alleanze di opportunità, deterrenze, ricatti energetici o militari. In altre parole: torna la logica del più forte.
Se si accetta una legalità “a geometria variabile”, bisogna anche accettare il prezzo politico e morale di un mondo in cui non ci si può lamentare quando la forza altrui – economica, militare, tecnologica – diventa legge.
Iran: diritti umani, non-ingerenza e il confine tra solidarietà e interferenza
Nel caso iraniano, i governi europei rivendicano di sostenere “le aspirazioni democratiche” e di chiedere il rispetto dei diritti. L'Iran risponde con un'accusa classica: state interferendo negli affari interni.
Qui vale la pena distinguere. Sul piano dei principi, denunciare la repressione e chiedere il rispetto dei diritti umani rientra pienamente nella grammatica internazionale contemporanea: i diritti fondamentali non sono più considerati una faccenda puramente domestica, perché gli Stati hanno sottoscritto trattati, convenzioni, impegni. Il punto critico non è “parlarne”, ma come lo si fa.
Se la solidarietà si esprime come pressione diplomatica, sostegno a inchieste indipendenti, richiami al rispetto di obblighi internazionali, siamo nel campo della legittima azione politica.
Se invece si passa a finanziamenti occulti, addestramento, operazioni di destabilizzazione, allora si entra nell'interferenza (e spesso nella guerra ibrida), con effetti che possono essere disastrosi anche per gli stessi cittadini che si dice di voler difendere.
L'Europa sceglie una linea dura, simbolica e comunicativa. Metsola, in particolare, aggiunge un gesto istituzionale (il divieto ai diplomatici) che non è solo una dichiarazione: è un atto di isolamento e stigmatizzazione.
Il confronto che brucia: perché non lo stesso metro con Israele?
Se l'Europa è pronta a usare linguaggio e gesti di delegittimazione verso Teheran in nome delle vittime e dei diritti, perché non adotta lo stesso registro verso il governo israeliano quando si parla di vittime civili e di violazioni del diritto umanitario nei conflitti, o quando la comunità internazionale denuncia condotte incompatibili con il principio di proporzionalità e con l'obbligo di distinzione tra combattenti e civili?
Se si vieta l'accesso ai diplomatici iraniani, perché “non si può andare avanti come se nulla fosse accaduto”, perché non si adottano misure analoghe (o almeno comparabili, per forza e simbolismo) verso altri Stati accusati di provocare enormi sofferenze civili, soprattutto quando i numeri e le immagini – indipendentemente dal conteggio esatto – mostrano tragedie su larga scala?
La risposta “realista” è fin troppo nota: alleanze, sicurezza, interessi, storia.
Israele è percepito come alleato strategico in un'area cruciale.
Molti governi europei si muovono dentro un rapporto strutturale con gli Stati Uniti, che storicamente proteggono e sostengono Israele.
Il peso storico della Shoah produce, in alcune classi dirigenti europee (Germania in testa), un riflesso politico: evitare fratture profonde con lo Stato israeliano, anche quando si dovrebbero contestare atti criminali.
C'è, infine, un elemento di “gerarchia delle vittime” che raramente si ammette ma spesso opera: alcune sofferenze mobilitano indignazione immediata, altre vengono relativizzate, incorniciate come inevitabile costo collaterale, o coperte dalla parola magica “sicurezza”.
Il problema è che nessuna di queste ragioni, per quanto comprensibili sul piano geopolitico, regge sul piano del diritto. Perché il diritto internazionale nasce proprio per impedire che “comprensibile” significhi “lecito”, e che “alleato” significhi “impunito”.
La selettività come bomba a orologeria
L'effetto di questo doppio standard non è teorico. È misurabile:
- Rafforza i regimi autoritari, che possono dire: “Vedete? I diritti umani li usano contro di noi, ma tacciono sui loro amici”. È propaganda efficace perché contiene un nucleo di verità.
- Indebolisce le opposizioni democratiche nei paesi repressivi: se l'Occidente appare ipocrita, il sostegno esterno diventa imbarazzante e facilmente delegittimabile.
- Spezza il consenso globale attorno alle istituzioni multilaterali: ONU, corti internazionali, meccanismi di inchiesta vengono percepiti come strumenti dei vincitori, non come arbitri.
- E quando le regole perdono credibilità, gli Stati smettono di temerle. Le violazioni aumentano, perché il costo reputazionale scende. È un circolo vizioso: meno coerenza → meno legittimità → meno rispetto → più violazioni → più cinismo.
In questo scenario, il gesto di Metsola, per quanto moralmente comprensibile nel caso iraniano, diventa anche un boomerang: se non è parte di una linea coerente applicabile a tutti, appare come un atto selettivo. E la selettività, nel diritto internazionale, è spesso più corrosiva del silenzio, perché trasforma i principi in arma.
Uscire dall'ipocrisia: una coerenza praticabile
Non serve immaginare un mondo perfetto: serve una coerenza minima, praticabile, riconoscibile. Alcune linee possibili:
- Stesso standard comunicativo: condannare con la stessa chiarezza le uccisioni di civili, ovunque avvengano; e farlo distinguendo sempre tra popolazioni e governi.
- Stessa richiesta di responsabilità: sostegno a indagini indipendenti e a meccanismi internazionali per tutti gli attori, amici e avversari.
- Condizionalità reale nelle relazioni: se i diritti sono “non negoziabili”, allora devono avere conseguenze nei rapporti politici, militari, economici; altrimenti restano slogan.
- Protezione del multilateralismo: rafforzare gli strumenti comuni invece di usarli selettivamente o aggirarli quando intralciano l'alleato.
Non è moralismo: è interesse strategico europeo. Perché un'Europa che accetta la legalità variabile contribuisce a un mondo dove contano solo potenza militare ed energetica, cioè esattamente i terreni su cui il continente è più vulnerabile.
Le parole di Metsola sull'Iran, prese in sé, possono anche risultare condivisibili: difendono libertà, denunciano repressione, nominano l'ingiustizia. Ma la politica internazionale non giudica solo la frase: giudica la coerenza del criterio. Se lo stesso criterio non vale quando le vittime sono prodotte da un alleato, come ad esempio lo Stato ebraico di Israele, allora quel linguaggio perde il suo valore universale e diventa un marchio di appartenenza: non “diritto”, ma “schieramento”.
E quando il diritto si riduce a schieramento, il multilateralismo si svuota. Resta la forza. E la forza, prima o poi, presenta il conto anche a chi oggi la amministra da una posizione comoda: perché nel mondo della legge del più forte ci sarà sempre qualcuno – prima o poi – più forte di te.


