Linee rosse, non tappeti rossi: perché Italia e Germania devono sostenere la sospensione dell’Accordo UE-Israele
L’11 maggio l’Unione europea affronterà una prova decisiva per i propri valori, i propri principi e il proprio impegno a favore dei diritti umani e del diritto internazionale. Mentre la pressione pubblica, politica e diplomatica continua a crescere, i ministri degli Esteri europei si trovano davanti a una scelta: continuare a riservare a Israele un trattamento da tappeto rosso oppure iniziare finalmente a far rispettare quelle linee rosse che Israele ha sistematicamente calpestato, soprattutto dall’ottobre 2023 in poi.
L’UE dispone di numerosi strumenti per esercitare una pressione concreta su Israele, ma ciò che è mancato in modo clamoroso è stata la volontà politica. Come minimo indispensabile, l’Unione deve sospendere l’Accordo di associazione UE-Israele, comprese le relative agevolazioni commerciali, se vuole dimostrare di fare sul serio rispetto all’impunità di cui Israele gode da decenni. In caso contrario, l’UE rischia di diventare complice del genocidio in corso, dell’occupazione illegale e del sistema di apartheid imposto da Israele.
Due Stati membri detengono la chiave della decisione: Italia e Germania. Entrambi svolgono un ruolo centrale nel bloccare la sospensione dell’accordo commerciale con Israele e nel proteggerlo da conseguenze concrete per i crimini commessi contro i palestinesi. Nel complesso sistema di voto tra gli Stati membri, il sostegno anche di uno solo di questi due Paesi sposterebbe gli equilibri verso la maggioranza qualificata necessaria per una sospensione parziale dell’Accordo.
L’Accordo di associazione UE-Israele, entrato in vigore nel 2000, fornisce il quadro giuridico e istituzionale per il dialogo politico e la cooperazione economica, garantendo a Israele un accesso privilegiato ai mercati europei. Ancora oggi l’UE rappresenta il principale partner commerciale di Israele: nel solo 2024, le esportazioni israeliane verso l’Unione hanno rappresentato il 28,8% del totale.
Israele viola da tempo l’articolo 2 dell’Accordo, che stabilisce come il rispetto dei diritti umani costituisca un elemento essenziale della partnership: un fatto riconosciuto tardivamente dalla stessa Commissione europea nella revisione pubblicata nel giugno 2025.
Nel settembre 2025, dopo un’enorme pressione pubblica, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto una sospensione parziale delle disposizioni commerciali dell’Accordo, insieme a sanzioni mirate contro ministri estremisti e coloni violenti. Eppure anche questa proposta limitata e largamente insufficiente continua a essere bloccata da Germania e Italia, che detengono il peso decisivo nel sistema di voto a maggioranza dell’UE.
Quel poco che resta della credibilità europea — dopo il ripetuto fallimento nel far rispettare le proprie linee rosse nei confronti di Israele — è oggi in gioco. L’Europa non può più sottrarsi alle crescenti accuse di doppi standard, soprattutto se confrontata con la risposta rapida e rigorosa adottata contro la guerra di aggressione russa in Ucraina. I diritti umani dei palestinesi, sistematicamente calpestati da Israele, meritano la stessa fermezza.
L’escalation delle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale
Nonostante l’annuncio di un cessate il fuoco nell’ottobre 2025, le violazioni israeliane del diritto internazionale e il genocidio a Gaza proseguono senza sosta.
Nella Striscia di Gaza occupata, durante il cosiddetto cessate il fuoco, le operazioni militari israeliane non si sono fermate: oltre 830 palestinesi, per la maggior parte civili, sono stati uccisi e più del 60% della popolazione continua a essere sfollato. La maggior parte degli sfollati interni vive in rifugi improvvisati o in edifici parzialmente distrutti, in condizioni disumane e circondata da infestazioni diffuse di insetti e ratti. Israele continua inoltre a bloccare o limitare l’ingresso di beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, inclusi materiali per i rifugi, forniture mediche, cibo adeguato e pesticidi, imponendo al tempo stesso severe restrizioni alle organizzazioni umanitarie.
Anche nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, la situazione è peggiorata drasticamente. Dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 1.080 palestinesi, tra cui almeno 235 bambini. Circa 45 comunità beduine e pastorali sono state completamente sfollate dall’inizio del 2023, soprattutto a causa dell’aumento delle violenze dei coloni sostenuti dallo Stato.
Nel febbraio 2026 il governo israeliano ha approvato misure catastali che accelerano l’annessione di fatto della Cisgiordania, in aperta violazione del parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia. Il 30 marzo la Knesset ha inoltre approvato una legge discriminatoria sulla pena di morte che concede carta bianca all’esecuzione dei palestinesi condannati per omicidio volontario, eliminando persino le più basilari garanzie di un giusto processo. La legge ha provocato forti critiche e indignazione in diversi Paesi europei, inclusi Germania e Italia.
Al di fuori dei Territori palestinesi occupati, in Libano, gli attacchi israeliani dal 28 febbraio hanno ucciso circa 2.700 persone e provocato oltre un milione di sfollati, mentre le forze israeliane continuano a distruggere infrastrutture civili e a impedire il ritorno dei civili nelle loro case nel sud del Libano, in chiara violazione del diritto internazionale.
Queste violazioni continue riflettono un sistema di impunità alimentato anche dalle risposte esitanti e incoerenti dell’Europa, limitate a dichiarazioni di preoccupazione invece che ad azioni concrete. Nel frattempo gli Stati europei continuano a vendere armi a Israele: nel 2024 Francia e Germania sono stati i principali esportatori europei verso lo Stato ebraico, rischiando così di diventare complici delle violazioni israeliane. Anche l’Italia ha continuato a trasferire armi a Israele attraverso licenze rilasciate prima del 7 ottobre 2023, senza impedire il transito sul proprio territorio di forniture militari dirette a Israele da altri Paesi.
La pressione pubblica cresce
A metà aprile 2026 un’Iniziativa dei cittadini europei ha raccolto oltre un milione di firme in appena tre mesi, un record assoluto. L’Italia figura tra i Paesi con il più alto livello di partecipazione. Il 2025 è stato segnato da una massiccia mobilitazione politica e sindacale nel Paese, evidenziando il divario ormai evidente tra la politica del governo e il sentimento dell’opinione pubblica.
Uno scarto simile emerge anche in Germania, dove i sondaggi mostrano che la maggioranza dei cittadini non sostiene la posizione del proprio governo e ritiene che la politica mediorientale debba essere guidata principalmente dal diritto internazionale, e non da una “ragion di Stato” priva di fondamento giuridico.
Parallelamente, oltre 75 ONG, tra cui Amnesty International, hanno chiesto all’UE di sospendere l’Accordo. Circa 400 ex diplomatici, ministri ed ex funzionari europei hanno sostenuto la stessa richiesta, insieme a numerosi esperti delle Nazioni Unite.
L’inazione rischia di trasformarsi in complicità
La posizione del governo italiano appare particolarmente contraddittoria. Pur avendo sospeso l’accordo di cooperazione militare con Israele, continua infatti a bloccare la sospensione dell’Accordo di associazione.
Allo stesso modo, il recente sostegno italiano a restrizioni sulle importazioni provenienti dagli insediamenti illegali israeliani rappresenta una misura parziale, insufficiente rispetto alla gravità delle violazioni documentate, e non può sostituire la sospensione dell’Accordo.
Anche la posizione tedesca suscita profonde preoccupazioni. Sebbene il quadro costituzionale della Germania sancisca un forte impegno verso il diritto internazionale, e nonostante Berlino sottolinei continuamente l’importanza di una politica estera europea forte e unitaria, oggi il governo tedesco sta minando entrambe le cose. Bloccando il consenso, la Germania indebolisce proprio quell’unità che dichiara di voler difendere. Il ministro degli Esteri tedesco definisce la sospensione “inappropriata” e insiste sulla necessità di mantenere un “dialogo costruttivo” con Israele, frenando ogni slancio verso la sospensione dell’Accordo.
Dopo ripetuti cicli di dialogo, numerosi avvertimenti e un’escalation continua delle violazioni israeliane senza alcuna conseguenza concreta, l’inerzia europea rischia ormai di trasformarsi in complicità.
L’Unione europea ha il chiaro dovere di sospendere il proprio accordo commerciale con Israele. Amnesty International sta portando avanti una campagna affinché Giorgia Meloni e Friedrich Merz smettano di dare luce verde al genocidio, all’occupazione illegale e all’apartheid israeliano.
Milioni di persone nel mondo chiedono ai propri leader di agire per fermare le violazioni commesse da Israele. Deve vincere l’umanità.
Firmato dai direttori di tutti i 21 uffici europei di Amnesty International
Ileana Bello – Direttrice di Amnesty International Italia
Julia Duchrow – Direttrice di Amnesty International Germania
Carine Thibaut – Direttrice di Amnesty International Belgio francofono
Wies de Graeve – Direttore di Amnesty International Fiandre
Stephen Bowen – Direttore di Amnesty International Irlanda
David Pereira – Direttore di Amnesty International Lussemburgo
Sylvie Brigot – Direttrice di Amnesty International Francia
Frank Johansson – Direttore di Amnesty International Finlandia
Dávid Vig – Direttore di Amnesty International Ungheria
Esteban Beltran – Direttore di Amnesty International Spagna
Anna Błaszczak-Banasiak – Direttrice di Amnesty International Polonia
Nataša Posel – Direttrice di Amnesty International Slovenia
Christos Dimopoulos – Direttore di Amnesty International Grecia
Anna Johansson – Direttrice di Amnesty International Svezia
Vibe Klarup – Direttrice di Amnesty International Danimarca
João Godinho Martins – Direttore di Amnesty International Portogallo
Shoura Hashemi – Direttrice di Amnesty International Austria
Dagmar Oudshoorn – Direttrice di Amnesty International Paesi Bassi
Rado Sloboda – Direttore di Amnesty International Slovacchia
Nayden Rashkov – Direttore di Amnesty International Bulgaria
Lucie Laštíková – Direttrice di Amnesty International Repubblica Ceca
Fonte: Amnesty International