L'economia globale frena, il commercio ondeggia, e l'Italia… resta ferma. Non c'è un modo più elegante per dirlo. Mentre la Cina accelera un poco, l'area euro si riprende con un minimo di vigore e gli Stati Uniti tagliano i tassi per sostenere la crescita, noi restiamo impantanati in un Pil immobile. Zero virgola zero. Un risultato che fa il paio con quello della Germania — ma non è certo una consolazione, visto che Francia e Spagna ci superano senza troppa fatica.

Si dirà: almeno le esportazioni vanno bene. Sì, ma solo a sprazzi. Dopo un agosto in rosso, la media estiva segna un modesto +1,2%. Le importazioni invece calano, segnale che più che una strategia di riequilibrio commerciale è semplicemente meno capacità (o voglia) di spendere. Il quadro industriale? Ancora peggio. Settembre rimbalza dopo un crollo ad agosto, ma nel trimestre complessivo la produzione arretra. È la classica altalena italiana: un mese si risale, quello dopo si sprofonda.

Sul fronte del lavoro, i titoli sono trionfalistici: “Aumenta l'occupazione!”. Peccato che riguardi solo le donne e non i lavoratori di mezza età, e che gli autonomi restino al palo. Gli unici davvero in crescita sono i dipendenti a tempo indeterminato, ma senza che questo si traduca in una spinta reale ai consumi o ai salari.

Poi c'è l'inflazione, la grande illusione. L'indice dei prezzi rallenta (+1,3% a ottobre), sotto la media europea. Sembra una buona notizia, ma basta scavare appena sotto la superficie per scoprire il paradosso: dal 2021 al 2025 i prezzi alimentari sono esplosi del 24,9%, quasi otto punti sopra l'inflazione generale. Tradotto: mangiare costa un quarto in più di quattro anni fa, e gli stipendi non si sono mossi.

La causa? Il solito effetto domino: energia alle stelle, costi di produzione agricola impazziti, fertilizzanti alle stelle, e infine margini di profitto recuperati — indovinate da chi? Dalle imprese del settore. In sostanza, dopo aver preso la botta dei rincari energetici, qualcuno si è rifatto con gli interessi.

E mentre tutto questo accade, la politica economica resta immobile, come il Pil. Si celebra un +2,8% della produzione industriale in un mese come se fosse un trionfo, dimenticando che il mese prima c'era stato un -2,7%. Si plaude all'occupazione “che cresce”, senza guardare chi resta indietro. E ci si vanta di un'inflazione “bassa”, mentre la spesa al supermercato svuota i portafogli.

Insomma, l'Italia del 2025 continua a vivere di piccoli numeri e grandi illusioni. Gli altri rallentano ma si muovono, noi restiamo fermi e applaudiamo lo zero.