C'è un momento, ogni tanto, in cui in televisione si smette di fingere. In cui cade la maschera, si spegne la recita e resta soltanto la verità nuda e cruda.
È accaduto ieri sera a Porta a Porta, ed è bastata una domanda di sette parole per mandare in frantumi l'equilibrio già abbondantemente picconato del cosiddetto "servizio pubblico".
In studio, il copione era quello di sempre. Da una parte Lucio Malan, senatore di Fratelli d'Italia, impegnato nella consueta autocelebrazione del governo Meloni:
"Abbiamo preso la direzione giusta…"
Dall'altra Giuseppe Provenzano, deputato del Partito Democratico, che con tono pacato e quasi didattico tentava di portare il confronto su un terreno concreto:
"Qual è una riforma che avete fatto?"
Sette parole. Lineari. Ineccepibili. Democratiche.
Sarebbe dovuto partire da lì un dibattito vero: risposta, replica, contraddittorio. Informazione, insomma. Invece no. Perché nel mezzo c'è Bruno Vespa, da decenni conduttore del cosiddetto salotto politico più longevo della Rai.
E il conduttore, ieri sera, ha perso completamente il controllo.
Vespa dapprima interviene per impedire a Provenzano di chiedere a Malan ciò che lui avrebbe dovuto chiedere: "No, no, scusi. Prima ha parlato, adesso lascia parlare".
Provenzano prova a spiegare, con calma:
"Stavamo interloquendo".
Il tono sale. La tensione si spezza.
"Vuole venire al posto mio?", sbotta Vespa.
Provenzano, ancora una volta senza alzare la voce lo smaschera con queste semplici parole: "No, no, ma ci mancherebbe altro. Non lo farei mai, forse dovrebbe sedersi lei da quella parte, però".
La verità di quelle poche parole manda Vespa fuori testa, letteralmente in bestia, tanto che urlando si avvicina minaccioso al parlamentare della Repubblica e puntandogli un dito in faccia, rabbioso come non mai, gli dice:
"Ma questo non glielo consento! Lei deve trovare una trasmissione che in maniera isterica, con quello che vedete in giro sulla par condicio… non glielo consento! Non glielo consento! Ha fatto una battuta, se la poteva risparmiare. Adesso stia zitto! Adesso stia zitto! Lasci parlare gli altri! Lasci parlare gli altri! Adesso stia zitto!"
"Adesso stia zitto". Tre parole che raccontano più di qualsiasi editoriale lo stato dell'informazione sulla Rai, sulla cosiddetta tv pubblica italiana.
Qui non siamo più davanti a un eccesso di zelo, a una conduzione sopra le righe o a un incidente di percorso. Qui siamo davanti a un meccanismo ormai strutturale: la domanda che disturba va fermata, il confronto che può mettere in difficoltà il potere va sterilizzato, l'opposizione va contenuta... a qualsiasi costo.
Una scena paradossale: il giornalista non incalza chi deve rispondere, ma aggredisce chi chiede. Non chiarisce, ma copre. Non modera, ma interviene a senso unico.
Così la domanda resta lì, sospesa nello studio e nelle case degli italiani: qual è una riforma che avete fatto?
Malan non risponde. Non ne ha il tempo, ma soprattutto non ne ha bisogno. A quel punto ci pensa Vespa, che con la sua reazione spropositata offre una risposta implicita e forse involontaria: quando chi sta al governo non sa cosa dire, c'è sempre qualcuno pronto a urlare al posto suo.
È questo il punto più inquietante. Non l'episodio in sé, ma ciò che rappresenta. Perché se il servizio pubblico smette di essere luogo di confronto e diventa scudo del governo, se il conduttore si trasforma da garante a difensore, allora non siamo più dentro una degenerazione occasionale: siamo davanti a una deriva.
Una deriva fatta di nervosismo, di sudditanza e di un'aggressività che tradisce qualcosa di più profondo: la difficoltà, crescente, di sostenere la narrazione dell'Italia meloniana come una riedizione del Paese di Bengodi... mentre invece si sta sgretolando.
Questo è quello che chiamano "servizio pubblico", dimenticandosi di aggiungere la formula "in favore di chi comanda!"


