Mentre il mondo guarda con crescente preoccupazione all'escalation militare in Medio Oriente e alle conseguenze economiche e geopolitiche che potrebbero travolgere anche l'Europa, in Italia c'è chi sembra avere altre priorità. Non un commento sulla sicurezza energetica, non una parola sul rischio di destabilizzazione internazionale, non una riflessione sulle ricadute per l'economia italiana. Niente di tutto questo.
Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, infatti, ha scelto di celebrare sui social la vittoria del Milan nel derby di domenica.
Il calcio, naturalmente, appassiona milioni di italiani. Ma quando a esultare non è un tifoso qualunque bensì un membro del governo della Repubblica, la questione cambia completamente prospettiva. Perché mentre i missili cadono in tutto il Medio Oriente e la tensione internazionale cresce di ora in ora – con effetti potenzialmente devastanti sul prezzo del petrolio, sui trasporti e sulla stabilità economica europea – il leader della Lega decide di trasformare il proprio profilo istituzionale in una bacheca da ultras.
La domanda, inevitabile, è una sola: dov'è il senso dello Stato?
Un ministro della Repubblica non è un influencer sportivo, né un commentatore da bar dello sport. È una figura istituzionale che dovrebbe rappresentare il Paese e dimostrare consapevolezza delle priorità del momento. E la priorità, oggi, non è certo il risultato di una partita di calcio.
L'Italia, come tutta l'Europa, rischia infatti di pagare un prezzo altissimo dall'escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran: il blocco delle rotte energetiche nel Golfo Persico, l'impennata dei prezzi del petrolio, la crisi dei trasporti marittimi e le inevitabili ripercussioni sull'economia reale. Temi che riguardano direttamente il ministero guidato proprio da Salvini, responsabile delle infrastrutture e dei trasporti.
Eppure, davanti a uno scenario che potrebbe avere effetti pesantissimi su famiglie e imprese italiane, il ministro preferisce dedicare tempo e visibilità alla celebrazione di un derby calcistico.
Non si tratta di proibire il tifo – nessuno pretende che un politico smetta di essere un appassionato di calcio. Il punto è un altro: la misura, il senso delle priorità, la consapevolezza del ruolo istituzionale.
Quando si ricoprono incarichi di governo, ogni parola pubblica pesa. Ogni messaggio comunica qualcosa. E ciò che comunica un post del genere, in questo momento storico, è una preoccupante leggerezza (eufemismo per non dire debordante idiozia).
Certo, Salvini ha costruito gran parte della propria comunicazione politica proprio su questo registro: il linguaggio diretto, la battuta, il post immediato sui social, l'identificazione con l'italiano medio. Una strategia che in passato gli ha portato consenso. Ma c'è un limite oltre il quale la comunicazione populista diventa semplicemente inadeguatezza istituzionale.
Il problema non è che Salvini faccia il tifoso. Il problema è che lo faccia mentre indossa la fascia di ministro della Repubblica.
Se vuole continuare a commentare derby e a festeggiare sui social come un ultras qualunque, è libero di farlo. Ma allora abbia almeno la coerenza di fare una scelta: lasciare l'incarico di governo.
Perché l'Italia, soprattutto in tempi di crisi internazionale, ha bisogno di ministri. Non di pagliacci da curva.


