Droni e missili contro quattro città del sud del Regno. Colpite anche infrastrutture energetiche, mentre Riyad promette una risposta. La guerra in Medio Oriente si allarga e torna a scuotere il mercato del petrolio.

La guerra in Medio Oriente apre un nuovo fronte e torna a coinvolgere direttamente l’Arabia Saudita. Gli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, hanno lanciato una vasta offensiva con droni e missili contro quattro città nel sud del Regno, provocando almeno 73 feriti, tra i quali anche donne e bambini, e incendi in diverse infrastrutture energetiche. Alcune attività negli impianti colpiti sono state temporaneamente sospese.

Gli attacchi hanno interessato Khamis Mushait, Abha, Najran e Jazan, lungo una fascia strategica che si estende dalla frontiera con lo Yemen fino alla costa del Mar Rosso. Gli Houthi hanno dichiarato di aver preso di mira una base aerea saudita a Khamis Mushait e strutture collegate al settore petrolifero ed energetico nelle altre città.

Particolarmente delicata la situazione a Jazan, importante centro portuale sul Mar Rosso e sede di infrastrutture petrolifere e di raffinazione. Il ministero saudita dell’Energia ha confermato incendi in diversi siti e l’interruzione temporanea di alcune operazioni, precisando che le autorità sono intervenute per contenere i danni e garantire la sicurezza delle strutture e dei lavoratori.

L’offensiva più grave degli ultimi mesi

Per dimensioni e numero di feriti, l’attacco rappresenta una delle più pesanti offensive contro l’Arabia Saudita dall’allargamento della guerra regionale iniziata nei mesi scorsi. Gli Houthi hanno rivendicato l’impiego di decine di missili balistici e droni in quella che hanno definito un’operazione militare su larga e a lunga distanza.

Riyad parla invece di una “pericolosa escalation”. Il portavoce della coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita, Turki al-Maliki, ha annunciato che saranno adottate tutte le misure operative necessarie per contrastare gli Houthi e neutralizzare le minacce provenienti dallo Yemen.

La risposta sembra essere già iniziata. I media controllati dagli Houthi hanno riferito di nuovi attacchi aerei sauditi contro il distretto di Jubah, nello Yemen, mentre la leadership del movimento sciita accusa Riyad di aver intensificato negli ultimi giorni i bombardamenti sul territorio yemenita.

Il rischio è che torni così pienamente operativo un fronte che negli ultimi anni si era progressivamente raffreddato. L’Arabia Saudita guida infatti dal 2015 la coalizione intervenuta nella guerra civile yemenita contro gli Houthi, dopo che il movimento aveva conquistato Sanaa e vaste aree del Paese. Una tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 2022 aveva fortemente ridotto gli scontri diretti, ma il deterioramento della situazione regionale ha progressivamente eroso quell’equilibrio.


Il petrolio è tornato a sfiorare i 100 dollari

La nuova escalation ha immediatamente investito anche i mercati energetici. Il Brent è tornato sopra i 99 dollari al barile, con un rialzo superiore al 2%, raggiungendo livelli che non si vedevano dalla seconda metà di luglio.

Il timore degli operatori non riguarda soltanto eventuali danni agli impianti sauditi. Gli attacchi degli Houthi aggiungono infatti un secondo punto di crisi alle già pesanti tensioni nello Stretto di Hormuz, fondamentale per le esportazioni di petrolio e gas del Golfo.

Prima della guerra, attraverso Hormuz transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. Ora al rischio di ulteriori restrizioni lungo quella rotta si aggiunge quello di un deterioramento della sicurezza nel Mar Rosso e nell’area dello stretto di Bab el-Mandeb, altro passaggio fondamentale per il commercio tra Asia, Medio Oriente ed Europa.

L’effetto combinato potrebbe rendere ancora più fragile il sistema delle forniture energetiche mondiali, proprio mentre il mercato sconta già una riduzione dei traffici regionali e una forte componente di rischio geopolitico nei prezzi.

Il confronto tra Stati Uniti e Iran

A rendere ancora più pericoloso il quadro è il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran, tornato a intensificarsi dopo la relativa calma di agosto.

Teheran ha annunciato l’intenzione di creare una nuova “zona di esclusione marittima” nel Golfo Persico, mentre Washington cerca di mantenere aperto il traffico commerciale attraverso Hormuz e contemporaneamente di limitare le esportazioni iraniane.

Negli ultimi giorni forze statunitensi e iraniane si sono nuovamente scambiate attacchi e minacce. L’Iran sostiene inoltre di avere introdotto nuovi missili balistici capaci di aumentare la pressione sulle unità navali americane e sulle basi statunitensi presenti nella regione.

La conseguenza è una guerra che non si limita più al confronto tra Washington e Teheran, ma coinvolge progressivamente alleati, milizie e infrastrutture energetiche distribuite lungo tutto l’arco del Golfo e del Mar Rosso.


Nuova emergenza umanitaria nello Yemen

Sul terreno, intanto, a pagare il prezzo più alto resta ancora una volta la popolazione yemenita. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha riferito che oltre 18.500 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni nell’arco di appena 72 ore per l’intensificarsi degli scontri lungo la costa occidentale dello Yemen e nelle aree di Taiz e Hodeidah.

Dopo anni di guerra civile, crisi alimentare e distruzione delle infrastrutture, il Paese rischia dunque di precipitare nuovamente in una fase di combattimenti su vasta scala.

Ed è proprio questa la novità più preoccupante degli attacchi di martedì: il conflitto regionale non sta soltanto proseguendo, ma continua ad allargare il proprio raggio d’azione. Con l’Arabia Saudita nuovamente colpita sul suo territorio e con le infrastrutture petrolifere direttamente nel mirino, la crisi torna a minacciare uno dei punti più delicati dell’economia mondiale.