Diritti Umani, l’allarme di Amnesty: “Il mondo sta scivolando verso un ordine predatorio”
Da Trump a Putin, da Netanyahu alla complicità europea: la prefazione del rapporto 2025/26 è un atto d’accusa senza precedenti.
Il linguaggio è duro, diretto, senza più diplomazie. La prefazione al rapporto 2025/26 di Amnesty International segna uno spartiacque: non una denuncia generica, ma una vera e propria requisitoria contro i responsabili della crisi globale dei diritti umani.
Nel mirino finiscono esplicitamente capi di Stato e leader politici: Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, indicati come protagonisti di una stagione di “conquiste” fondate su distruzione, violenza e repressione su larga scala.
I “PREDATORI” DEL NUOVO ORDINE MONDIALE
Amnesty non usa mezzi termini: il 2025 è stato l’anno in cui “predatori voraci” hanno attraversato la scena globale, saccheggiando diritti e istituzioni.
Secondo la prefazione firmata da Agnès Callamard, questi leader hanno perseguito obiettivi di dominio economico e politico attraverso:
- guerre illegali,
- repressione del dissenso,
- uso sistematico della violenza,
- ricorso a strumenti economici coercitivi.
Non è una deriva improvvisa. È il risultato di anni di progressivo smantellamento dell’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale.
LA SVOLTA DEL 2025: DALL’EROSIONE AL CROLLO
Per decenni il sistema multilaterale — fondato su strumenti come la Dichiarazione universale dei diritti umani — ha resistito tra contraddizioni e limiti. Ma nel 2025, denuncia Amnesty, si è verificato un salto di qualità.
Non più crepe: rottura strutturale.
Le regole costruite in 80 anni sono state abbandonate o aggirate:
- attacchi al diritto internazionale,
- delegittimazione della giustizia globale,
- paralisi delle istituzioni ONU.
E soprattutto, un dato politico decisivo: la scelta della maggioranza degli Stati di non opporsi.
L’APPEASEMENT CHE HA APERTO LA STRADA
Il vero atto d’accusa non riguarda solo i “predatori”, ma chi li ha lasciati agire.
Secondo Amnesty, nel 2025 la maggior parte dei governi — inclusi molti europei — ha scelto:
- il silenzio,
- la complicità,
- l’imitazione.
Una politica di appeasement che ha consentito il superamento di ogni “linea rossa”: genocidi ignorati, crimini contro l’umanità tollerati, sanzioni contro chi cerca giustizia.
Un fallimento politico e morale.
I CRIMINI DENUNCIATI: NOMI E RESPONSABILITÀ
La prefazione non si limita alle analisi. Indica responsabilità precise:
- Israele, guidato da Netanyahu, accusato di genocidio, apartheid e occupazione nei confronti dei palestinesi
- Russia, sotto Putin, responsabile di crimini contro l’umanità in Ucraina
- Stati Uniti, sotto Trump, accusati di uccisioni extragiudiziali, attacchi illegali contro Venezuela e Iran e minacce territoriali
A questo si aggiungono:
- repressioni di massa in Iran,
- persecuzione delle donne in Afghanistan sotto i talebani,
- violenze diffuse in Africa e Asia rimaste senza risposta internazionale.
Nemmeno la Cina viene risparmiata: la sua visione alternativa viene descritta come un modello di egemonia che produce comunque repressione e disuguaglianza.
UN SISTEMA NON PERFETTO, MA REALE
Amnesty respinge con forza la narrazione secondo cui l’ordine internazionale sarebbe sempre stato un’illusione.
Al contrario: quel sistema — nato nel 1948 — ha prodotto conquiste reali:
- diritti universali,
- lotta al razzismo,
- emancipazione femminile,
- diritti dei lavoratori,
- riconoscimento dei popoli indigeni.
A smantellarlo oggi, sottolinea il rapporto, sono proprio coloro che non lo considerano più utile ai propri interessi.
IL “NUOVO ORDINE”: PIÙ ARMI, MENO DIRITTI
La visione alternativa che sta emergendo è chiara e inquietante:
- aumento massiccio delle spese militari,
- tagli agli aiuti internazionali,
- criminalizzazione della società civile,
- repressione del dissenso,
- dominio economico e tecnologico.
Un modello che sostituisce il diritto con la forza.
Emblematico, secondo Amnesty, il progetto politico illustrato dal segretario di Stato americano Marco Rubio: un’alleanza occidentale identitaria che richiama, dietro la retorica, una storia di colonialismo e dominio.
RESISTENZA GLOBALE: UNA CONTROTENDENZA
Nonostante il quadro, la prefazione individua segnali di resistenza:
- Stati che sostengono cause internazionali contro i crimini,
- mobilitazioni sociali e scioperi globali,
- azioni legali della Corte penale internazionale,
- iniziative ONU su clima, armi e diritti.
Dalla consegna di Rodrigo Duterte alla giustizia internazionale, fino alle proteste globali contro il traffico di armi, qualcosa si muove.
“RESISTERE È UN DOVERE”
Il messaggio finale è apertamente militante.
Non basta difendere il passato: serve trasformare il sistema per renderlo davvero universale.
“Resistere lo abbiamo fatto. Resistere dobbiamo. Resistere lo faremo”.
Il 2026 viene indicato come un momento decisivo: la storia non è già scritta.
O si costruisce una risposta collettiva — politica, sociale, internazionale — oppure il mondo entrerà definitivamente in una nuova era dominata da forza, disuguaglianza e repressione.
E questa volta, avverte Amnesty, il prezzo lo pagheranno intere generazioni.