Venezia, la città che ha contribuito a fare della musica un linguaggio universale, ieri ha parlato nel modo più potente possibile: con il silenzio. Un corteo di mille persone, orchestrali, tecnici, coristi, cittadini comuni — tutti uniti non da slogan o da rabbia, ma da una dignità che rimbombava più forte di qualsiasi megafono. Eppure, dall'altra parte, chi dovrebbe ascoltare continua a tapparsi le orecchie.

La protesta contro la nomina di Beatrice Venezi a direttore del Teatro La Fenice non è solo una questione di gusti o di simpatie personali. È una questione di metodo, di rispetto, di decenza istituzionale. La nomina calata dall'alto, in spregio a ogni prassi di confronto con chi in teatro ci lavora, è l'ennesimo atto di colonialismo politico sulla cultura. Un'operazione di occupazione simbolica, dove il merito viene sacrificato sull'altare della visibilità, dove la musica diventa contorno di un teatrino mediatico costruito su Instagram e non sul podio.

Il silenzio dei musicisti che hanno sfilato per le calli veneziane gridava indignazione, ma anche un dolore profondo. Non c'erano insulti, non c'era rabbia cieca — c'era solo la consapevolezza di chi ama la musica e vede il proprio mestiere umiliato da chi la usa come passerella. Le bandiere dei sindacati erano le uniche presenti, ma non si agitavano contro qualcuno: erano lì come scudo, come ultimo baluardo di una categoria che difende non se stessa, ma un'idea di arte che oggi sembra scomparire.

In un teatro come la Fenice, conosciuto a livello mondiale, nessuno sano di mente imporrebbe la nomina di un direttore stabile senza aver prima sentito il paree dell'orchestra. E non si sta parlando di un genio della musica, universalmente riconosciuto, ma di un onesto direttore d'orchestra come ce ne sono tantissimi altri... come Beatrice Venezi, che non ha alcuna referenza da mostrare per poter giustificare la nomina politica. E come può un'orchestra di prestigio diretta finora da direttori di fama mondiale accettare un direttore qualunque come la Venezi come direttore stabile? È una domanda che chi governa questo Paese dovrebbe farsi prima di nominare l'ennesimo volto utile alla propaganda.

Dall'altra parte, il ministro Giuli e il sindaco Brugnaro si trincerano dietro frasi da ufficio stampa: “La nomina non si discute”, “non accetteremo le prepotenze degli orchestrali”. Ma di quale prepotenza parlano? Di un corteo silenzioso, composto, dignitoso, che ha scelto Mozart e Vivaldi invece dei fischi e degli slogan? Se questo è il loro concetto di “prepotenza”, allora hanno davvero perso ogni contatto con la realtà.

E tanto per spiegare fino a che punto costoro abbiamo perso qualsiasi contatto con la realtà, ecco che cosa aveva detto il ministro Giuli su Beatrice Venezi: 

Visto l'elenco delle celebrità che hanno prestato il loro contributo alla storica sala del teatro La Fenice (Abbado, Muti, Karajan, Kleiber, Ozawa, Chailly, Chung e tante altre leggende)... definire Venezi una risorsa reclamata in giro per il mondo, tanto da dover cercare di non perderla è un'assoluta stupidaggine, umna vera e propria fake news, anzi... un enorme str....ta!

È grottesco che in una città simbolo della bellezza e dell'arte si debba assistere a una scena del genere: un ministro e un sindaco che si arroccano, sordi alla voce dei lavoratori e ciechi davanti all'evidenza. L'arte non si comanda. Non si impone. E soprattutto non si piega ai giochi di potere.

Beatrice Venezi potrà anche salire sul podio della Fenice, ma se lo farà in queste condizioni, davanti a un'orchestra che non la riconosce, la sua bacchetta non potrà che produrre solo rumore, non certo musica. E Venezia, città di silenzi eloquenti e di armonie eterne, saprà ricordare "chi" ha ridotto la sua Fenice a un palcoscenico di vanità politica.

Il problema, purtroppo, non è solo suo. Perché se passa l'idea che le nomine artistiche possano essere gestite come un consiglio d'amministrazione di partito, allora il prossimo teatro a bruciare — metaforicamente — potrebbe essere quello di tutta la cultura italiana. E lì, dalle ceneri, non risorgerà nessuna Fenice.