Si è concluso nel modo più tragico e frustrante il caso del femminicidio di Sara Campanella, la studentessa di 21 anni uccisa a Messina il 31 marzo scorso. Oggi pomeriggio, intorno alle 17:00, Stefano Argentino — il 26enne accusato dell’omicidio — si è tolto la vita nel carcere di Messina, dove era detenuto in attesa di processo.

Argentino, originario di Noto (Siracusa), frequentava lo stesso corso universitario di Sara: Tecniche di laboratorio biomedico. Nonostante i due non avessero mai avuto una relazione, lui da circa due anni la perseguitava, invaghito in modo ossessivo. Non era mai stato apertamente minaccioso né aveva mostrato comportamenti violenti, e per questo Sara, pur infastidita, non aveva mai sporto denuncia. Aveva però confidato alle amiche e alle compagne di corso il disagio per quelle attenzioni indesiderate.

Il 31 marzo, l’aggressione brutale: Sara viene accoltellata alla gola per strada. L’uomo si allontana a piedi. Viene identificato grazie alle telecamere e alle testimonianze degli studenti, arrestato poche ore dopo. In carcere, confessa il femminicidio.

La Procura gli contestava l’omicidio pluriaggravato, con l’aggravante della premeditazione. Una premeditazione evidente: Argentino la seguiva da tempo, e sul suo cellulare erano state trovate note in cui annunciava l’intenzione di ucciderla. In un passaggio inquietante scriveva che sarebbe diventato “il suo peggior incubo”.

Il processo era fissato per il 10 settembre. Un processo che non si terrà mai. La morte di Argentino chiude bruscamente ogni possibilità di giustizia formale per la vittima. Nessun dibattimento, nessuna sentenza, nessuna parola finale da parte delle istituzioni.

Secondo quanto riportato da Repubblica, il suicidio è avvenuto in un momento in cui Argentino si era allontanato dagli altri detenuti. Non è ancora chiaro se si trovasse in cella da solo o in una zona della struttura penitenziaria temporaneamente isolata. È stato trovato privo di vita dagli agenti della polizia penitenziaria; all’arrivo dei soccorsi non c’era già più nulla da fare.

Con il suicidio del suo assassino, si spegne anche l’unica voce che avrebbe potuto — almeno in sede giudiziaria — dare risposte su quanto accaduto. Ma per Sara, e per chi resta, rimane solo l’amaro di un finale senza giustizia e senza verità completa. Un epilogo che non chiude il dolore, ma lo cristallizza in una ferita ancora più profonda.