Gaza: la tregua è solo sulla carta, il massacro continua
Se fosse una partita, sarebbe una di quelle che non dovrebbero nemmeno iniziare. E invece a Gaza si continua a giocare, minuto dopo minuto, con un arbitro assente e un tabellone che segna numeri sempre più insopportabili.
La cosiddetta tregua è poco più di una pausa pubblicitaria: dal 15 al 22 dicembre 2025, fino alle 8 del mattino, Israele ha ucciso altri 401 palestinesi nella Striscia. Il totale dall'inizio del genocidio sale a 70.925 morti. Dati ufficiali dell'Ufficio del Primo Ministro palestinese. Numeri inappellabili.
Sul campo non c'è tattica, non c'è equilibrio. Le forze israeliane continuano ad attaccare in tutta Gaza, colpendo civili, strutture di fortuna, persino un centro di formazione del Ministero dell'Istruzione che ospitava famiglie sfollate. È un pressing costante, senza rispetto delle regole, mentre ordigni inesplosi, restrizioni agli aiuti e bombardamenti trasformano ogni spostamento in una roulette russa.
Poi arriva l'inverno, e gioca il ruolo dell'avversario aggiunto. Pioggia battente, freddo intenso, tende che cedono come difese improvvisate. Almeno due neonati sono morti di ipotermia questo mese. Non per fatalità, ma per scelte politiche: il blocco israeliano continua a limitare l'ingresso di ripari e forniture mediche. Qui non è sfortuna, è una strategia che lascia il gelo fare il lavoro sporco.
Sul fronte della fame, il match è truccato da tempo. L'UNRWA parla chiaro: 1,6 milioni di palestinesi a Gaza soffrono un'insicurezza alimentare acuta. La carestia non è una conseguenza collaterale, è mantenuta artificialmente. Un digiuno forzato che logora più di qualsiasi sconfitta sportiva.
E mentre Gaza affonda, la Cisgiordania occupata non sta certo meglio. A Nur Shams, nel nord, arrivano nuovi ordini di demolizione: almeno 25 edifici rischiano di essere rasi al suolo dal 18 dicembre, con centinaia di persone di nuovo sull'orlo dello sfollamento. Altro che ricostruzione: qui si gioca sempre in trasferta, e lo stadio viene demolito pezzo dopo pezzo.
La violenza corre anche lungo le linee laterali: in Cisgiordania attacchi di esercito e coloni israeliani hanno ucciso altri palestinesi, tra cui tre adolescenti e un giovane di 22 anni, colpiti durante raid e sparatorie indiscriminate. Nessuna distinzione tra titolari e panchina: chi c'è, paga.
Infine, il colpo di scena fuori dal campo. Israele ha negato l'ingresso in Cisgiordania a una delegazione canadese di 30 persone, inclusi sei parlamentari, bloccati al valico di Al-Karameh nonostante le autorizzazioni ricevute in precedenza. Motivo ufficiale: “sicurezza”. Traduzione pratica: porte chiuse, spalti vuoti, nessun testimone scomodo.
In questo campionato di violenza, il problema non è il risultato. È che la partita continua, anche quando dovrebbe essere sospesa per manifesta ingiustizia. E il silenzio internazionale pesa quanto un autogol ripetuto, giornata dopo giornata.
Nonostante il genocidio prosegua, nel cosiddetto occidente democratico, media (per fortuna non tutti) e governi continuano a "fregarsene" di quanto accade in Palestina, consentendo allo Stato ebraico di Israele - Stato canaglia a tutti gli effetti - di continuare a perpetrare impunemente i propri crimini... perché gli ebrei, evidentemente, possono sempre e comunque violare il diritto internazionale, compreso anche quello umanitario. Non solo. Se poi qualcuno vuole denunciare questa infamia, allora viene pure definito antisemita.