Il ministro Orazio Schillaci rivendica con orgoglio il “nuovo” sistema nazionale di monitoraggio delle liste d’attesa. Parla di piattaforme, tracciamenti puntuali, controlli mirati, Nas pronti a intervenire. Il tono è quello di chi ha finalmente trovato la chiave per scardinare un problema incancrenito da decenni. La realtà, però, è molto meno trionfale.
Dopo anni di attese infinite, visite rinviate di mesi se non di anni, agende chiuse e cittadini costretti a pagare di tasca propria, il governo scopre l’acqua calda: servono regole chiare, dati trasparenti e controlli. Davvero è questa la svolta? Una piattaforma che fotografa l’esistente non accorcia automaticamente le code. Può misurare il disastro, non cancellarlo.
Il ministro sostiene che ora si possono individuare le criticità struttura per struttura, prestazione per prestazione. Bene. Ma i cittadini non hanno bisogno di sapere che l’attesa per un esame è di “diverse centinaia di giorni”: lo sanno già, lo vivono sulla loro pelle. Il problema non è certificare il fallimento, è risolverlo. E su questo fronte, per ora, si sentono più annunci che risultati.
Il nodo dell’intramoenia viene descritto come una questione di semplice applicazione delle norme. La legge già prevede che l’attività libero-professionale non superi quella istituzionale. Perfetto. Allora perché per anni nessuno ha vigilato davvero? Perché le agende chiuse sono diventate prassi diffusa? Se bastava applicare le regole esistenti, significa che finora non sono state fatte rispettare. E questo è un problema politico, non tecnico.
Schillaci insiste: niente nuove leggi, solo rigore. Ma il rigore non si annuncia, si esercita. E quando afferma che “non è accettabile” che le prestazioni si sblocchino solo davanti alle telecamere, fotografa involontariamente una verità scomoda: senza scandalo pubblico, il sistema resta immobile. È questa la sanità che il governo considera sotto controllo?
C’è poi il diritto, sacrosanto sulla carta, di ottenere la prestazione nel privato pagando solo il ticket se i tempi massimi vengono superati. Un diritto che in molte Regioni è poco conosciuto o applicato a macchia di leopardo. Se serve una campagna di comunicazione per far sapere ai cittadini ciò che già spetta loro, significa che il sistema non funziona. E il rischio è evidente: chi è informato e determinato riesce a far valere le proprie ragioni, chi è fragile resta indietro.
L’unificazione dei Cup e l’apertura serale o nel weekend vengono presentate come leve decisive. Ma anche qui la domanda è semplice: con quali risorse strutturali e con quale personale? Incentivare medici e infermieri a lavorare fuori orario può tamponare l’emergenza, non risolvere la carenza cronica di organico. Senza assunzioni stabili e una programmazione seria, si chiede agli stessi professionisti di correre più forte su una macchina che perde pezzi.
Il ministro parla di collaborazione con le Regioni e definisce i poteri sostitutivi un’extrema ratio. Tradotto: si spera che basti la moral suasion. Ma il Servizio sanitario nazionale è già segnato da profonde disuguaglianze territoriali. Senza una linea ferma e uniforme, il rischio è che alcune Regioni si adeguino e altre continuino a navigare a vista, lasciando i cittadini con diritti diversi a seconda del CAP.
La verità è che le liste d’attesa non sono un incidente, ma il sintomo di un sistema sottofinanziato e sovraccarico. Presentare una piattaforma di monitoraggio come la svolta epocale rischia di suonare come propaganda. I dati servono, certo. Ma i dati da soli non curano, non visitano, non operano.
Se davvero “gli strumenti per cambiare ci sono”, come sostiene il ministro, allora il banco di prova non saranno le interviste o le dashboard ministeriali. Saranno le agende aperte, i tempi rispettati, i cittadini che non dovranno più scegliere tra aspettare un anno o pagare privatamente.
Finché questo non accadrà, il racconto del governo resterà tale: un racconto. E fuori dagli uffici ministeriali, nelle corsie e nelle sale d’attesa, la pazienza dei cittadini è già finita da tempo.


