Due ex primi ministri israeliani denunciano il piano di Netanyahu a Gaza: "È un campo di concentramento"
Due figure di spicco della politica israeliana, gli ex primi ministri Yair Lapid ed Ehud Olmert, hanno lanciato pesanti accuse contro l'attuale governo di Benjamin Netanyahu per il progetto di creare una cosiddetta "città umanitaria" nel sud della Striscia di Gaza. Secondo entrambi, il piano equivale nei fatti all'internamento forzato dei palestinesi in un "campo di concentramento".
Le critiche sono arrivate domenica, mentre le forze israeliane continuavano a bombardare Gaza, tanto da provocare la morte di almeno 95 palestinesi solo in quel giorno.
Lapid, attuale leader dell'opposizione e primo ministro ad interim per sei mesi nel 2022, ha dichiarato a Radio Esercito:
"Non verrà nulla di buono da questo piano. È una pessima idea sotto ogni punto di vista – sicurezza, politica, economia, logistica",
Pur evitando inizialmente l'uso diretto del termine "campo di concentramento", ha poi aggiunto:
"Non mi piace usare quella definizione, ma se uscirne è proibito, allora è un campo di concentramento".
Secondo il piano di Netanyahu, la "città umanitaria" dovrebbe accogliere inizialmente circa 600.000 palestinesi sfollati, oggi stipati nelle tende dell'area sovraffollata di al-Mawasi, sulla costa meridionale di Gaza. Ma l'obiettivo finale sarebbe trasferire lì l'intera popolazione dell'enclave, oltre due milioni di persone.
Immagini satellitari mostrano che le demolizioni israeliane a Rafah si sono intensificate. Il 4 aprile 2024, gli edifici distrutti erano circa 15.800; al 4 luglio erano saliti a oltre 28.600.
Anche Olmert, che ha guidato il governo israeliano dal 2006 al 2009, ha duramente attaccato l'iniziativa in un'intervista al Guardian:
"È un campo di concentramento. Mi dispiace".
Poi ha rincarato la dose:
"Se i palestinesi verranno deportati in questa nuova ‘città umanitaria', allora possiamo parlare di pulizia etnica. Stanno costruendo un campo con l'obiettivo di ‘ripulire' più della metà di Gaza. L'unica interpretazione possibile è che non vogliano salvare i palestinesi, ma deportarli, cacciarli, eliminarli".
La reazione nel mondo arabo è stata altrettanto netta: i paesi vicini e altri Stati arabi hanno respinto con forza ogni piano che implichi lo spostamento forzato dei palestinesi fuori da Gaza. Anche gli stessi palestinesi, stremati dalla guerra, hanno espresso fermamente la loro opposizione.
Nel frattempo, l'agenzia Reuters ha riportato che la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), un'organizzazione sostenuta da Stati Uniti e Israele, ha proposto la creazione di campi su larga scala chiamati "aree di transito umanitario", sia all'interno che forse all'esterno del territorio palestinese.
Secondo il piano, elaborato dopo l'11 febbraio, i campi servirebbero a "sostituire il controllo di Hamas sulla popolazione" e offrirebbero uno spazio dove i palestinesi potrebbero "risiedere temporaneamente, deradicalizzarsi, reintegrarsi e prepararsi a ricollocarsi, se lo desiderano".
La GHF è attualmente l'unico ente autorizzato da Israele a distribuire cibo a Gaza. Tuttavia, da quando ha iniziato le operazioni a fine maggio, le forze israeliane hanno ucciso almeno 800 palestinesi mentre cercavano aiuti nei suoi centri di distribuzione. Ad oggi, ne resta attivo solo uno, nei pressi di Rafah.
Israele vorrebbe che la GHF rimpiazzasse del tutto le Nazioni Unite nella gestione degli aiuti umanitari nella Striscia.
Secondo esperti e ONG, però, il coinvolgimento della GHF fa parte di un piano più ampio per spingere progressivamente la popolazione palestinese verso sud e, infine, fuori da Gaza.
In sintesi, il progetto della "città umanitaria" viene letto sempre più come un'operazione di trasferimento forzato, più che un tentativo genuino di protezione della popolazione civile. E le critiche, ora arrivate anche dall'interno dell'establishment israeliano, lo confermano.