Caos al Senato USA sul "One Big Beautiful Bill Act": scontro tra tagli al welfare, debito record e tensioni politiche
Il Senato degli Stati Uniti è nel pieno di una vera e propria maratona parlamentare per votare il "One Big Beautiful Bill Act", un maxi provvedimento di bilancio centrale per l'agenda del presidente Donald Trump. Ma il disegno di legge, di quasi 1.000 pagine, rischia di deragliare a causa delle profonde spaccature interne al Partito Repubblicano, che pure controlla entrambe le Camere.
Il nodo principale? Quanto tagliare ai programmi di welfare per poter estendere gli sgravi fiscali dell'era Trump, stimati in 3.800 miliardi di dollari. I falchi del bilancio, soprattutto tra i repubblicani più radicali della Freedom Caucus, hanno messo in discussione l'intero pacchetto, affermando che aumenterebbe il deficit federale di oltre 650 miliardi di dollari.
Invece secondo l'Ufficio del Bilancio del Congresso (CBO), se approvato, il disegno di legge aumenterebbe il debito pubblico di 3.300 miliardi di dollari e priverebbe circa 12 milioni di americani dell'assicurazione sanitaria, a causa dei tagli previsti a programmi come Medicaid.
La maggioranza repubblicana al Senato è tutt'altro che compatta. Il voto di apertura al dibattito è passato per un soffio con 51 favorevoli e 49 contrari, e due senatori repubblicani hanno votato con i Democratici per bloccare la discussione del testo. Uno di questi, Thom Tillis del North Carolina, ha annunciato le dimissioni dopo il voto, accusando i suoi colleghi di "avere tradito le promesse fatte agli elettori".
Rand Paul, senatore del Kentucky, ha denunciato apertamente l'aumento del debito e i tagli ai servizi sanitari per i più poveri. "Questo disegno di legge è una farsa fiscale", ha dichiarato, aggiungendo che "non possiamo continuare a comprare consensi tagliando ai più deboli".
Se i Repubblicani dovessero perdere tre voti, sarà il vicepresidente JD Vance a dover rompere l'eventuale parità in Senato. Dopodiché, il testo ritornerebbe alla Camera dei Rappresentanti, dove potrebbe essere votato già mercoledì.
I Democratici, contrari al contenuto del provvedimento, hanno sfruttato ogni leva parlamentare per rallentarne l'approvazione. In una mossa simbolica e tattica, hanno obbligato i funzionari del Senato a leggere l'intero testo del disegno di legge ad alta voce, un processo che è durato 16 ore consecutive. Secondo loro, i tagli previsti sono inaccettabili e il modo in cui il Partito Repubblicano sta cercando di portarli avanti è "cinico e irresponsabile".
In questo clima di confusione, l'ormai ex alleato di Trump, Elon Musk, è tornato alla carica criticando aspramente i Repubblicani che "hanno fatto campagna elettorale promettendo di ridurre la spesa pubblica", ma poi "hanno approvato il più grande aumento del debito della storia".
Musk era a capo del DOGE – Department of Government Efficiency – agenzia creata per effettuare tagli alla spesa federale. Dopo un litigio con Trump, si è dimesso e ora minaccia addirittura di fondare un nuovo partito politico se il disegno di legge passerà.
Trump non l'ha presa bene. In un post su Truth Social, ha affermato che Musk è "il più grande beneficiario di sussidi pubblici della storia" e che "senza soldi pubblici, Elon sarebbe tornato a casa in Sudafrica da un pezzo". Poi ha minacciato di far verificare dal DOGE i contratti pubblici di cui sono beneficiarie le aziende di Musk.
La Casa Bianca è fiduciosa. Secondo la portavoce Karoline Leavitt, Trump prevede di firmare la legge entro il 4 luglio. Ma il percorso è tutto in salita: divisioni interne, ostruzionismo parlamentare e tensioni personali rischiano di far saltare il disegno di legge.
Una cosa è certa: lo scontro non è più solo tra Democratici e Repubblicani, ma all'interno dello stesso partito che ha costruito il suo potere sul mito della disciplina fiscale. Ora quel mito vacilla, sotto il peso di 36.000 miliardi di dollari di debito e un futuro economico sempre più incerto.
Inutile ricordare che questa decisione politica si era rivelata catastrofica durante l'amministrazione Reagan che, però, era corsa subito ai ripari per limitarne gli effetti dannosi sul bilancio federale. Una legge simile era stata approvata durante la prima presidenza Trump ed aveva avuto effetti più che negativi facendo aumentare in maniera importante il debito pubblico. Adesso Trump vuole perseverare.
Quello di cui però non sembra rendersi conto è che i collegi di Camera e Senato son uninominali e con politiche simili è difficile che in molti Stati i rappresentanti GOP al Congresso possano essere rieletti. Se ciò dovesse accadere, la seconda parte del proprio mandato potrebbe trasformarsi per Trump in una specie di incubo, nel caso i democratici dovessero conquistare i due rami del Parlamento.