Salute

La sanità diventa bersaglio di guerra mentre il diritto internazionale crolla. La petizione di Medici Senza Frontiere e FNOMCeO

A dieci anni dalla risoluzione Onu 2286, Medici Senza Frontiere e FNOMCeO lanciano un appello all’Italia: “Proteggere ospedali e medici non è una scelta politica, ma un dovere di civiltà”. Nel 2025 già registrati 1.348 attacchi contro strutture sanitarie e quasi duemila morti.


C’erano una volta gli ospedali considerati territori inviolabili, luoghi sottratti alla logica della guerra perché simbolo universale di cura, neutralità e sopravvivenza. Oggi, invece, in molte aree del pianeta, quelle stesse strutture sono diventate bersagli. Non danni collaterali, non incidenti isolati, ma obiettivi colpiti sempre più spesso in modo diretto, sistematico e persino rivendicato. Medici, infermieri, ambulanze, pazienti e sale operatorie finiscono nel mirino mentre il diritto internazionale umanitario appare incapace di fermare una deriva che sta trasformando la medicina in un fronte di guerra.

È dentro questo scenario che Medici Senza Frontiere e FNOMCeO hanno deciso di lanciare una petizione online rivolta alla comunità sanitaria italiana, chiedendo al governo un impegno concreto e pubblico per difendere la neutralità dell’azione medica e far rispettare le norme internazionali che tutelano chi cura e chi viene curato. La campagna arriva a dieci anni dall’adozione della Risoluzione 2286 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, approvata all’unanimità il 3 maggio 2016 da oltre ottanta Stati membri, Italia compresa, con la promessa di proteggere personale sanitario, infrastrutture mediche e attività umanitarie nei contesti di conflitto.

Quella promessa, oggi, appare clamorosamente tradita. I numeri diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità raccontano infatti una realtà impressionante: nel solo 2025 il Sistema di Sorveglianza degli Attacchi alle Strutture Sanitarie ha registrato 1.348 attacchi contro ospedali e presidi medici, con 1.981 morti. Un dato che non rappresenta soltanto una statistica drammatica, ma il sintomo di una normalizzazione della barbarie. Perché quando un ospedale viene bombardato, il danno non riguarda solo chi muore sotto le macerie. Viene distrutta l’intera capacità di un territorio di curarsi, assistere feriti, garantire vaccini, far nascere bambini, affrontare epidemie e salvare vite anche lontano dal fronte.

La guerra moderna, del resto, sembra avere progressivamente cancellato ogni distinzione tra combattenti e civili. E colpire la sanità significa colpire il cuore stesso della sopravvivenza collettiva. Non è un caso che negli ultimi dieci anni ventuno operatori di MSF siano stati uccisi in quindici diversi incidenti mentre svolgevano il loro lavoro. Persone che non imbracciavano armi, ma strumenti medici. Figure protette teoricamente da convenzioni internazionali che, però, sempre più spesso restano senza conseguenze pratiche quando vengono violate.

Le parole del presidente di MSF, Ettore Mazzanti, fotografano con lucidità questo fallimento globale: gli ospedali, spiega, dovrebbero proteggere la vita e invece troppo spesso diventano luoghi di morte. La denuncia non riguarda soltanto la brutalità dei conflitti, ma soprattutto l’assenza di una risposta politica internazionale adeguata. Perché il problema non è solo che gli attacchi continuino, ma che si siano trasformati in qualcosa di tollerato, metabolizzato, quasi inevitabile nel racconto pubblico delle guerre contemporanee.

Ancora più netta la posizione di Filippo Anelli, presidente della FNOMCeO, che parla apertamente di “ferite inferte all’umanità intera”. Il riferimento al manifesto “Medici e Pace”, sottoscritto a marzo nella marcia Perugia-Assisi, introduce un elemento politico e morale che va oltre la semplice solidarietà corporativa. La categoria medica italiana sceglie infatti di assumere una posizione pubblica contro la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti e richiama con forza il principio secondo cui colpire chi cura equivale a negare la dignità umana stessa.

È un passaggio cruciale, perché negli ultimi anni la neutralità sanitaria è stata erosa non soltanto dalle bombe, ma anche dalla crescente politicizzazione dell’assistenza umanitaria. In molti conflitti contemporanei, gli operatori sanitari vengono accusati di aiutare il nemico semplicemente perché prestano cure a feriti appartenenti alla parte avversa. Un ribaltamento pericoloso dei principi fondamentali del diritto umanitario, secondo cui il medico deve curare chiunque abbia bisogno, indipendentemente da nazionalità, appartenenza politica, etnia o schieramento militare.

La petizione lanciata da MSF e FNOMCeO chiede dunque all’Italia di assumere una posizione molto più incisiva sul piano diplomatico e internazionale. Non semplici dichiarazioni di circostanza, ma condanne sistematiche e pubbliche contro ogni attacco a strutture sanitarie, indipendentemente da chi lo compia. Si chiede inoltre di sostenere meccanismi indipendenti d’indagine, difendere l’integrità del diritto internazionale umanitario e promuovere corridoi sicuri per medici, pazienti, ambulanze e forniture sanitarie.

In gioco, però, non c’è soltanto la protezione degli operatori umanitari. C’è la sopravvivenza stessa dell’idea di diritto internazionale costruita dopo la Seconda guerra mondiale. Se un ospedale può essere colpito senza conseguenze, se un’ambulanza può diventare un bersaglio, se un medico può morire mentre presta soccorso senza provocare reazioni diplomatiche reali, allora il rischio è che venga meno uno dei pochi confini etici che ancora distinguono la guerra dall’annientamento totale.

La questione riguarda inevitabilmente anche l’Europa e l’Italia, spesso rapide nel richiamare i principi umanitari sul piano retorico ma molto più prudenti quando si tratta di esercitare pressioni concrete sugli alleati strategici o sui partner internazionali coinvolti nei conflitti. Ed è proprio questa ambiguità che la petizione prova a mettere in discussione. Perché difendere la neutralità sanitaria non può essere una battaglia selettiva, valida solo contro i nemici geopolitici e dimenticata quando le responsabilità coinvolgono governi amici.

In fondo, il senso più profondo dell’appello lanciato da medici e organizzazioni umanitarie è tutto qui: ricordare che esistono limiti che una società civile non dovrebbe mai accettare di superare. Quando si arriva al punto in cui persino gli ospedali diventano bersagli, non è soltanto la guerra ad aver perso ogni regola. È la comunità internazionale ad aver smesso di farle rispettare.

È possibile firmare la petizione a questo link: www.msf.it/CureSottoAttacco

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
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