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Dal "sogno Guardiola" al "piano Pirlo": così la Nazionale può davvero rilanciarsi?

Per settimane il nome che ha alimentato sogni, suggestioni e fantasie è stato persino quello di Pep Guardiola. Un'ipotesi probabilmente più giornalistica che concreta, ma sufficiente a tenere accesa l'idea che, dopo l'ennesima delusione azzurra, la FIGC potesse tentare un colpo destinato a cambiare davvero il corso della Nazionale.

Oggi, invece, il quadro che emerge dalle principali ricostruzioni della stampa specializzata racconta tutt'altra storia.

Andrea Pirlo sarebbe il candidato sul quale il nuovo corso federale guidato da Paolo Maldini starebbe orientando le proprie valutazioni. Una scelta che, se confermata, avrebbe inevitabilmente il sapore di un brusco ritorno alla realtà, perché tra Guardiola e Pirlo non c'è soltanto una differenza di curriculum... c'è un intero universo calcistico.



L'effetto nostalgia

Pirlo è stato uno dei più grandi centrocampisti della storia del calcio italiano. Su questo non esiste alcuna discussione. Campione del mondo, due Champions League, sei Scudetti, una qualità tecnica che ha ridefinito il ruolo del regista moderno. Da calciatore rappresenta un patrimonio del calcio mondiale.

Ma il problema non riguarda il Pirlo giocatore. Riguarda il Pirlo allenatore. Ed è proprio qui che nasce il dibattito.

Negli ultimi anni il calcio italiano ha spesso mostrato una certa tendenza a confondere il prestigio accumulato sul campo con le capacità dimostrate in panchina. Due qualità che, nella storia del calcio, raramente coincidono automaticamente.



Una carriera da tecnico ancora tutta da costruire... se non da inventarsi

Le esperienze da allenatore di Andrea Pirlo raccontano una storia molto diversa da quella vissuta con gli scarpini ai piedi. Alla Juventus arrivò praticamente senza aver mai allenato una squadra professionistica. Un salto enorme.

La stagione si concluse con la conquista della Coppa Italia e della Supercoppa Italiana, ma anche con uno Scudetto perso dopo nove anni consecutivi e, soprattutto, con una squadra spesso incapace di trovare una precisa identità tattica. L'eliminazione dalla Champions League contro il Porto rappresentò uno dei momenti simbolo di quell'annata.

Dopo Torino arrivò l'esperienza in Turchia con il Fatih Karagümrük. Un'avventura discreta ma non tale da cambiare la percezione generale sul suo percorso da allenatore.

Poi la Sampdoria. Ed è probabilmente qui che si concentra il punto interrogativo più grande. La stagione in Serie B non ha prodotto quel salto di qualità che molti si aspettavano. La squadra ha alternato prestazioni convincenti a lunghi periodi di difficoltà, senza riuscire a costruire un progetto tecnico realmente riconoscibile. Anche al netto delle complesse vicende societarie e delle limitazioni dell'organico, Pirlo non è riuscito a lasciare l'impressione di un allenatore già maturo per un incarico di livello assoluto.

In altre parole, il suo percorso in panchina appare ancora quello di un tecnico in fase di formazione. Ed è proprio questo l'aspetto che rende sorprendente l'ipotesi di affidargli la Nazionale.



La Nazionale come laboratorio?

Storicamente la panchina azzurra è stata il punto di arrivo. Non il luogo dove completare un apprendistato. Da Enzo Bearzot a Marcello Lippi, da Arrigo Sacchi a Cesare Prandelli, fino a Roberto Mancini, la Federazione ha quasi sempre scelto allenatori che avevano già dimostrato, nel bene o nel male, di saper costruire squadre vincenti o almeno altamente competitive.

Pirlo rappresenterebbe invece una scelta diversa. Una scommessa. Forse persino un atto di fiducia verso ciò che potrebbe diventare più che verso ciò che ha già dimostrato. Una distinzione non banale, soprattutto in un momento in cui il calcio italiano vive una delle fasi più delicate della propria storia recente. Ed è proprio per questo che la scelta di Pirlo è addirittura incomprensibile.


Dal "Dream Team" al pragmatismo

L'ironia della situazione nasce proprio dal contrasto tra le aspettative alimentate negli ultimi giorni e i nomi che oggi circolano con maggiore insistenza. Prima Guardiola. Poi Pirlo. È difficile immaginare due profili più lontani. Da una parte l'allenatore che ha rivoluzionato il calcio moderno, accumulando trofei in Spagna, Germania e Inghilterra e imponendo un'identità riconoscibile ovunque abbia lavorato.

Dall'altra un tecnico ancora alla ricerca della propria definitiva consacrazione. Il passaggio, almeno sul piano simbolico, è inevitabilmente destinato a far discutere.



Malagò frena

In questo scenario si inserisce anche la posizione del presidente del CONI Giovanni Malagò, che, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, non sarebbe pienamente convinto dell'ipotesi Pirlo. Una prudenza che riflette il clima di forte incertezza attorno alla scelta del prossimo commissario tecnico.

La Nazionale arriva infatti da anni complicati, tra due Mondiali mancati, risultati altalenanti e un ricambio generazionale ancora incompleto. La sensazione diffusa è che serva una figura capace di ricostruire rapidamente identità, credibilità e continuità.

Ed è proprio qui che il curriculum da allenatore torna inevitabilmente al centro della discussione.



Una scelta che divide prima ancora di nascere

Se Paolo Maldini dovesse davvero puntare su Andrea Pirlo, la decisione rappresenterebbe probabilmente una delle più discusse degli ultimi anni nel calcio italiano. Nessuno mette in discussione il valore dell'ex regista come calciatore.

La domanda è un'altra. È sufficiente essere stati un fuoriclasse in campo per guidare una Nazionale che deve tornare competitiva ai massimi livelli? Finora la carriera in panchina non ha ancora fornito risposte definitive in senso positivo.

Naturalmente il calcio è pieno di allenatori esplosi improvvisamente dopo esperienze iniziali poco convincenti. Ma affidare la panchina dell'Italia significa assumere una decisione sulla base di ciò che un tecnico ha dimostrato, non di ciò che potrebbe ancora diventare.

Ed è questo il punto che rende la candidatura di Pirlo tanto divisiva.

Perché dopo settimane trascorse a evocare il nome dell'allenatore più vincente della sua generazione, ritrovarsi a discutere di un tecnico ancora alla ricerca della propria consacrazione ha il sapore di un brusco risveglio. Non significa che Pirlo non possa diventare un grande allenatore. Significa, semplicemente, che oggi quella grandezza resta ancora una prospettiva da costruire, non un traguardo già raggiunto.

Autore Mauro Sartini
Categoria Sport
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