Iran, Stati Uniti e lo Stretto di Hormuz: tregua fragile, accuse incrociate e una diplomazia appesa a un filo
Trump annuncia un accordo sulle ispezioni nucleari, Teheran smentisce. Intanto l'ONU organizza l'evacuazione di 11.000 marittimi bloccati nel Golfo e il Libano rischia di far deragliare i negoziati.
La guerra è formalmente terminata, ma la pace resta un terreno instabile sul quale ogni dichiarazione rischia di trasformarsi in una nuova crisi diplomatica. Mentre Stati Uniti e Iran cercano di costruire un accordo permanente dopo oltre tre mesi di conflitto, emerge infatti una clamorosa divergenza su uno dei temi più delicati: il controllo internazionale del programma nucleare iraniano.
Da una parte il presidente americano Donald Trump sostiene che Teheran abbia accettato ispezioni nucleari "al massimo livello e per un tempo indefinito". Dall'altra, il governo iraniano respinge categoricamente questa ricostruzione, affermando di non aver mai discusso il ritorno degli ispettori dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) e di non avere alcuna intenzione di consentire verifiche sui siti bombardati dagli Stati Uniti durante il conflitto.
Una distanza che fotografa perfettamente la fragilità dell'intesa raggiunta in Svizzera e dimostra come il cessate il fuoco sia soltanto il primo passo di un percorso ancora pieno di ostacoli.
Il nodo delle ispezioni nucleari
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato che nessun incontro con il direttore generale dell'AIEA Rafael Grossi è avvenuto durante i colloqui in Svizzera e che non esiste alcun programma di ispezioni ai siti nucleari danneggiati.
La risposta di Trump è arrivata attraverso il suo social network con toni particolarmente duri:
"L'Iran ha accettato pienamente e completamente ispezioni nucleari al massimo livello per un tempo indefinito."
Secondo il presidente americano, senza questa concessione "non ci sarebbero ulteriori negoziati".
Anche il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto che gli incontri di Buergenstock avessero prodotto un'intesa sul ritorno degli ispettori internazionali, definendola una base solida per un accordo definitivo.
Teheran continua invece a ribadire una posizione ormai consolidata: il proprio programma nucleare avrebbe esclusivamente finalità civili e ogni eventuale decisione sul controllo internazionale rimarrebbe una prerogativa sovrana della Repubblica islamica. L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, dal canto suo, non ha ancora fornito alcun chiarimento ufficiale.
Lo Stretto di Hormuz torna lentamente a respirare
Parallelamente ai negoziati diplomatici, si cerca di risolvere una delle emergenze economiche più gravi provocate dalla guerra.
L'Organizzazione Marittima Internazionale delle Nazioni Unite ha infatti avviato una complessa operazione per evacuare circa 11.000 marittimi rimasti bloccati a bordo delle navi nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso il quale transita una quota fondamentale delle forniture energetiche mondiali.
Il segretario generale dell'IMO, Arsenio Dominguez, ha spiegato che:
"Sono state ottenute tutte le necessarie garanzie di sicurezza e sono state accuratamente verificate le condizioni per una navigazione sicura."
L'operazione verrà realizzata gradualmente, in coordinamento con Iran, Oman, Stati Uniti, gli altri Paesi costieri e l'intero settore marittimo, proprio per evitare collisioni o incidenti durante il transito. I dati del settore mostrano una lenta ripresa.
Nella giornata di lunedì hanno attraversato Hormuz 39 navi commerciali, contro circa 92 passaggi registrati complessivamente tra venerdì e domenica. Prima della guerra transitavano mediamente circa cento imbarcazioni al giorno.
Resta tuttavia una forte incertezza sulle modalità future di utilizzo dello stretto. Fonti iraniane hanno infatti lasciato intendere che il numero delle navi autorizzate potrà variare quotidianamente e che il passaggio potrebbe comportare nuovi costi operativi.
Pezeshkian in Pakistan: "Mai negozieremo i nostri missili"
Nel frattempo il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha compiuto la sua prima visita ufficiale in Pakistan dall'inizio della guerra. L'incontro con il presidente Asif Ali Zardari e con il primo ministro Shehbaz Sharif è stato dedicato alla cooperazione economica e alla stabilità regionale.
Durante la conferenza stampa, Pezeshkian ha voluto chiarire un altro punto ritenuto non negoziabile da Teheran:
"Se non fosse stato per le capacità missilistiche dell'Iran, il nostro Paese sarebbe stato saccheggiato e distrutto."
Per questo motivo, ha aggiunto, "non comprometteremo mai né negozieremo il nostro programma missilistico."
Sharif ha confermato che Islamabad continuerà a svolgere un ruolo di mediazione per favorire la pace nella regione e parteciperà ai funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, rimasto ucciso nei bombardamenti che hanno aperto il conflitto.
Sanzioni sospese e beni scongelati: nuova divergenza
Un altro elemento dell'accordo riguarda l'alleggerimento delle sanzioni americane. Washington ha annunciato una sospensione di sessanta giorni delle restrizioni economiche, consentendo temporaneamente a Teheran di esportare petrolio e ricevere i relativi pagamenti.
Trump ha inoltre dichiarato che gli asset finanziari iraniani scongelati saranno depositati in un conto vincolato e potranno essere utilizzati esclusivamente per acquistare dagli Stati Uniti prodotti alimentari e sanitari, in particolare mais, grano e soia.
Anche su questo punto la risposta iraniana è stata netta.
Il portavoce Baghaei ha affermato che le decisioni sugli acquisti saranno prese autonomamente da Teheran sulla base di "prezzo e qualità", senza alcun vincolo politico imposto dagli Stati Uniti.
Il Libano resta la mina pronta a far saltare tutto
Se il dossier nucleare divide Washington e Teheran, il Libano rappresenta il vero banco di prova della tenuta dell'intera architettura diplomatica.
Dopo due giorni di relativa calma, soldati israeliani hanno aperto il fuoco nel sud del Paese uccidendo due persone. Secondo l'esercito israeliano, le vittime appartenevano a Hezbollah e non si sarebbero fermate nonostante i colpi di avvertimento.
Le autorità libanesi sostengono invece che gli uomini stavano semplicemente lavorando con un bulldozer per liberare una strada. Hezbollah considera l'episodio una violazione del cessate il fuoco.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che Israele manterrà "piena libertà d'azione" nel Libano meridionale finché ogni minaccia non sarà eliminata. Teheran insiste invece sul fatto che un cessate il fuoco completo e il ritiro delle truppe israeliane costituiscano parte integrante dell'intesa con gli Stati Uniti.
Anche a Washington sono iniziati nuovi colloqui tra Israele e Libano, ma il loro esito appare inevitabilmente condizionato dal confronto parallelo tra Washington e Teheran.
Una pace ancora tutta da costruire
Dietro gli annunci ottimistici e le immagini dei negoziati si nasconde una realtà molto più complessa. Gli Stati Uniti parlano di ispezioni nucleari già concordate; l'Iran lo nega. Washington presenta lo sblocco dei fondi iraniani come uno strumento per acquistare prodotti americani; Teheran rivendica piena autonomia decisionale. Israele promette di continuare le operazioni militari in Libano mentre l'Iran pretende un cessate il fuoco totale come condizione indispensabile per qualsiasi accordo definitivo.
L'unico elemento concreto finora è rappresentato dalla ripresa, seppur lenta e controllata, della navigazione nello Stretto di Hormuz e dalla creazione di gruppi di lavoro dedicati a sanzioni, nucleare, ricostruzione e sicurezza marittima.
Il futuro del Medio Oriente dipenderà dalla capacità di trasformare queste prime aperture in accordi verificabili. Per il momento, però, la pace appare ancora una costruzione fragile, sostenuta più dalla necessità di evitare una nuova escalation che da una reale convergenza politica tra le parti.