L’Italia vive più a lungo e, nel complesso, meglio. Ma insieme ai progressi emergono nuove fragilità: l’aumento delle malattie croniche e delle disuguaglianze territoriali e sociali. È il quadro che emerge dal report Istat “La salute: una conquista da difendere”, che fotografa un Paese profondamente cambiato nell’arco di poco più di un secolo.

Oggi il tasso di mortalità si attesta attorno ai mille decessi ogni 100 mila abitanti, un dato drasticamente ridotto rispetto alla fine dell’Ottocento, quando si arrivava a 3 mila. Ancora più impressionante il confronto sull’età alla morte: se allora difficilmente si superavano i 25 anni, oggi l’età mediana raggiunge gli 81,6 anni per gli uomini e gli 86,3 per le donne. Anche la mortalità infantile è crollata: nel 2023 si registra un valore tra i più bassi al mondo, pari a 2,7 decessi ogni mille nati vivi, contro i 230 per mille del 1863.

Il miglioramento è evidente anche nella percezione soggettiva della salute. In soli dieci anni, dal 1995, la quota di italiani che si definisce in “cattiva salute” è scesa dall’8% al 5,5%, con progressi particolarmente marcati tra gli anziani. Tra le donne oltre gli 85 anni, la percentuale di chi si sente “male” o “molto male” si è dimezzata; tra gli uomini della stessa fascia d’età è scesa dal 39,5% al 17,2%.

Parallelamente, è cresciuta in modo straordinario la speranza di vita: dai 29,8 anni del 1872 agli attuali 83,4. Tuttavia, il dato medio nasconde forti differenze territoriali. Si va da meno di 82 anni in alcune regioni del Mezzogiorno a oltre 86 in altre del Centro-Nord. Campania e Sicilia restano in netto svantaggio, confermando come il luogo di residenza influenzi ancora in modo significativo le possibilità di sopravvivenza.

Le disuguaglianze non sono solo geografiche. Anche il livello di istruzione pesa: tra gli adulti sopra i 30 anni, chi ha un basso titolo di studio presenta una mortalità circa del 40% più elevata rispetto a chi è più istruito. Un divario che, seppur ridotto in alcuni ambiti, continua a segnare profondamente la società.

Nel frattempo, cambiano anche le cause di morte. Se all’inizio del Novecento dominavano le malattie infettive e respiratorie, oggi il quadro è ribaltato. I tumori rappresentano il 26,3% dei decessi e le malattie cardiovascolari il 30%, diventando le principali cause di morte. Le malattie infettive, un tempo responsabili di una quota enorme di decessi, sono state drasticamente ridimensionate grazie ai progressi della medicina, fatta eccezione per eventi straordinari come la pandemia influenzale del 1918-19 e, più recentemente, il Covid-19.

Il prezzo della longevità è però evidente. Crescono le patologie cronico-degenerative e la cosiddetta multimorbilità, cioè la presenza simultanea di più malattie nella stessa persona. Nel 2025 riguarda 13 milioni di italiani, oltre il 39% degli over 75. Aumentano anche diabete, obesità e ipertensione: il diabete colpisce il 6,4% della popolazione (era il 2,9% nel 1980), l’obesità l’11,6% (quasi raddoppiata rispetto al 1990) e l’ipertensione il 18,9%. Queste condizioni sono più diffuse tra gli uomini, tra le persone meno istruite e nel Mezzogiorno.

Non tutto, però, va nella direzione peggiore. Alcune patologie sono in netto calo. Artrosi e artrite si sono quasi dimezzate, mentre le malattie legate al fumo, come la bronchite cronica, sono drasticamente diminuite: dai oltre 4 milioni di casi del 1980 ai circa 2 milioni del 2025.

Il cambiamento più evidente riguarda proprio il fumo. Tra gli uomini, la quota di fumatori è scesa dal 54,3% del 1980 al 22,9% del 2025. Tra le donne il calo è più contenuto ma comunque significativo. Resta però una nuova criticità tra i giovani: il 16,5% tra i 18 e i 34 anni utilizza contemporaneamente sigarette tradizionali, elettroniche e prodotti a tabacco riscaldato.

Il quadro complessivo è quindi quello di un Paese più longevo e in migliori condizioni generali, ma alle prese con nuove sfide. L’invecchiamento della popolazione, pur più sano rispetto al passato, porta con sé un aumento delle malattie croniche e della complessità assistenziale. A questo si aggiungono le persistenti disuguaglianze territoriali e sociali, che continuano a incidere sulla salute degli italiani.

La conquista della longevità, dunque, non è un traguardo definitivo, ma un equilibrio fragile da difendere.