Il libro di Michela Volpi invita a osservare il passato senza cercare colpevoli ma con il desiderio di comprendere. Tra esperienze personali e riflessioni generazionali, l’autrice propone un percorso di consapevolezza che parla a molti lettori contemporanei. In questa intervista emergono dubbi, domande e prospettive future.

 

 

Partiamo da una frase molto forte del libro: “spezzare la catena è un atto di coraggio silenzioso”. Quando l’hai scritta, pensavi più alla tua storia personale o alla storia di un’intera generazione?

A entrambe, e credo che sia proprio questo il punto. Quando ho scritto quella frase pensavo a me, a un momento specifico della mia vita in cui ho capito che certi meccanismi che vivevo come normali non lo erano affatto. Ma poi mi sono guardata intorno e ho visto che non ero sola, cioè che questa stessa fatica, questo stesso momento di risveglio, potrebbero averlo attraversato moltissimi miei coetanei. Il coraggio di cui parlo non è quello rumoroso, non è una rottura eclatante, ma è una scelta, spesso solitaria, di non ripetere quello che hai ricevuto. Ed è silenziosa proprio perché spesso nessuno intorno a te la riconosce come tale.

Nel libro affronti anche temi delicati come l’eredità emotiva familiare e il peso delle parole dette a tavola, quelle frasi apparentemente innocue che però restano nella memoria. Quanto pensi che il linguaggio quotidiano abbia influenzato il mondo in cui siamo cresciuti?

Moltissimo, e credo che sia uno degli aspetti più sottovalutati. Le frasi dette a tavola, quelle apparentemente piccole e innocue non svaniscono, anzi, si depositano e diventano la voce interna con cui ci giudichiamo da adulti, il metro con cui misuriamo se stiamo chiedendo troppo o troppo poco. Nello specifico, nel mio libro tratto L’argomento dell’omosessualità e di come certe frasi “quotidiane” diventano l’eredità che riceviamo, ancora prima che possiamo scegliere se accettarla o meno e proprio perché è quotidiano, è invisibile. Di conseguenza, diventa ancora più complicato elaborarlo e affrontarlo, al contrario di un trauma evidente e riconosciuto.

C’è un capitolo in cui descrivi il momento in cui inizi a fare davvero domande su te stessa e sulla tua vita. Se dovessi indicare un momento preciso in cui hai capito che non potevi più vivere in automatico, quale sarebbe?

Ricordo molti momenti in cui mi sono sorpresa a fare qualcosa, come una reazione, o una scelta, e ho pensato: “questa non sono io” oppure “questo è qualcosa che ho imparato a fare”, qualcosa che mi è stato versato involontariamente da chi mi ha cresciuta ed educata. Sicuramente, è stato un momento di piccola vertigine, ma da certi momenti posso dire che non si torna più indietro, perché una volta che vedi il meccanismo, non riesci più a fingere che non esista. Il momento più recente, e forse quello più onesto da raccontare, come scrivo in un capitolo del mio libro, è legato a mio padre. Dopo un lungo ricovero, qualcosa è cambiato: quella presenza su cui sapevo di poter contare, soprattutto nella quotidianità, non c’era più nella stessa forma in cui lo avevo vissuto fino a quel momento. Razionalmente lo sapevo che non sarebbe durato per sempre, ma tra sapere una cosa e poi viverla, c’è una differenza abissale. Mi sono sentita sola in un modo nuovo, inaspettato, e quella solitudine mi ha costretta a fare i conti con automatismi che fino ad allora avevo potuto permettermi di non guardare troppo da vicino, perché c’era una rete, e quando quest’ultima si è allentata, ho dovuto imparare a stare in piedi in modo diverso, accarezzando e accettando la realtà del tempo che scorre.

Se una persona di trent’anni iniziasse oggi a leggere il tuo libro e arrivasse all’ultima pagina, quale pensi che dovrebbe essere la domanda più importante che dovrebbe portarsi dietro?

L’ultimo capitolo del mio libro si intitola “pagina bianca” e non è un caso. Ho lasciato uno spazio reale, fisico, in cui il lettore può scrivere o rispondere, se vuole, alle domande che ho posto nel corso della lettura del libro. Perché c’è una differenza enorme tra una cosa che pensiamo e una cosa che mettiamo per iscritto. I pensieri navigano, sia affollano e poi svaniscono, scriverli costringe a fermarsi, a scegliere le parole e a guardarsi dentro con sincerità. Io stessa a trent’anni parto proprio da lì, dal mio libro e da quelle domande, non le ho scritte solo per chi legge, ma anche per me. Siamo tutti un po' figli di una generazione di domande e ognuno ha la sua, specifica e irripetibile. L’unica cosa che posso augurare a chi arriva all’ultima pagina è di avere il coraggio di scriverla, almeno una. Perché quello che teniamo solo nella nostra testa rimane un pensiero. Quello che scriviamo diventa un reale punto di partenza.

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