Tre giorni di silenzio. Poi, finalmente, la dichiarazione...centellinata, misurata, pesata al milligrammo. Intervistata dal Tg5, Giorgia Meloni ha parlato da equilibrista: «preoccupata», certo. Per il Golfo che brucia, ma anche – e soprattutto – per la crisi del diritto internazionale, «inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina»!! Ha detto così.

La linea è chiara: non una parola che suoni come un appoggio esplicito all'attacco (in tempi di referendum sarebbe un azzardo imperdonabile), ma nemmeno una sillaba che possa sembrare critica. Sperava in un accordo, dice. È «fallito». E allora Stati Uniti e Israele si sono mossi «senza il coinvolgimento dei partner europei».

Per fortuna, verrebbe da dire. Perché nulla sarebbe più imbarazzante che ricevere una richiesta formale di supporto operativo per una delle basi americane in Italia. Il fatto di non essere stata avvertita in anticipo ha irritato Palazzo Chigi, ma fino a un certo punto: meglio condividere l'ignoranza con mezzo continente che ritrovarsi co-protagonisti di una scelta così pesante. Così si può rivendicare la non partecipazione, almeno formale.

A blindare la versione ufficiale ci pensa Antonio Tajani: nessuna richiesta di utilizzo delle basi italiane. Tutto sotto controllo. Anche se, in uno scenario che cambia di ora in ora, chi scommetterebbe su cosa accadrà tra una settimana? Non a caso Guido Crosetto ha già messo le mani avanti: si valuterà «caso per caso».

Per ora – ha aggiunto lo stesso ministro della Difesa – le uniche richieste sono arrivate dai Paesi del Golfo e riguardano mezzi difensivi. L'Italia fornirà supporto, ma questo non significherebbe essere in guerra. Quanto alle basi, gli Stati Uniti le hanno già. Il discrimine sarebbe l'uso per «azioni cinetiche», mai avvenuto finora. Incrociare le dita è diventata una linea politica.

La posizione del governo è salomonica solo in apparenza. In realtà il sostegno politico c'è, solo che non viene sbandierato. «Non possiamo permetterci che l'attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio o testate atomiche», afferma Meloni. Messaggio inequivocabile: gli ayatollah andavano fermati. Tajani è ancora più diretto: l'attacco è arrivato quando mancavano «giorni» all'atomica iraniana (!!!). Il ministro israeliano Saar lo avrebbe avvertito a operazione già iniziata. Tempismo perfetto.

La premier si augura che la crisi «non dilaghi». Ma la responsabilità, nella narrazione ufficiale, è tutta in capo a Teheran: basta che smetta di attaccare i Paesi del Golfo. Tajani, poco prima, era stato ancora più netto: l'azione militare è una grande occasione di pace, la colpa è del rifiuto iraniano di trattare sul nucleare, il rischio di escalation dipende dalla «sconsiderata reazione» dell'Iran. Manca solo l'applauso esplicito a Washington e a Tel Aviv.

Il vero scudo politico si chiama Europa. Tajani lo brandisce come una garanzia: l'Italia non è isolata, segue la linea dell'Unione. In effetti, l'Alta rappresentante Kallas ha espresso concetti analoghi. Che poi Francia, Germania e Regno Unito decidano in un altro formato – il cosiddetto E3, storico tavolo sul nucleare iraniano – è un dettaglio. «È un altro gruppo», spiegano da Roma. Un gruppo che, incidentalmente, ha preso anche decisioni militari. Stavolta restarne fuori è una fortuna.

Intanto il cruccio vero è un altro: ventimila italiani sparsi in un'area che rischia di diventare un fronte permanente. Tajani elenca con scrupolo burocratico telefonate, contatti, misure di sicurezza. Oggi non ci sarebbero rischi immediati. Domani è un'incognita. E su questo, almeno, la preoccupazione non sembra studiata a tavolino.

Nel frattempo Meloni chiude anche la polemica sul “caso Crosetto”: il ministro «non ha mai smesso di fare il suo lavoro». Chiarimento dovuto, ma in un contesto simile suona come una battuta (venuta male) da avanspettacolo.

Un'ultima cosa riguarda anche il rapporto tra la premier e il Parlamento. Nel mondo normale, non quello dei neofascisti MAGA, il presidente del Consiglio di una repubblica parlamentare, in un caso come quello della guerra in Iran, va in Parlamento a comunicare la posizione ufficiale del governo su quanto sta accadendo e non in televisione.

Evidentemente, Giorgia Meloni e il suo governo non hanno la più pallida di cosa fare e di cosa dire... soprattutto per non rischiare di urtare il padrone Trump.