La cauzione faraonica aveva garantito loro una libertà provvisoria che Berna considerava solo un breve intervallo. Ma Jacques e Jessica avevano un piano differente, un calcolo preciso basato sulla forza del loro passaporto.

Al valico di confine di Bardonnex, la berlina su cui viaggiavano si arrestò davanti alla gendarmeria francese. Il terminale dei doganieri illuminò immediatamente il mandato di cattura internazionale spiccato dalla Svizzera, ma nel momento in cui Jacques mostrò i documenti di identità francesi, la tensione si sciolse in un paradosso burocratico.
Per la legge di Parigi, un cittadino nazionale non può essere consegnato a uno Stato extra-UE: i gendarmi dovettero limitarsi a una formale notifica, osservando Jacques e Jessica entrare in territorio francese liberi, protetti da uno scudo giuridico invalicabile.

Scelsero come rifugio Marsiglia, una città dove lo storico milieu corso controlla i gangli vitali dell'economia sommersa, un groviglio di strade baciate dal maestrale dove il confine tra legge e ombra è sottile come la polvere del porto.
Si stabilirono in una villa nascosta tra le rocce di Endoume, affacciata su un mare turchese che nascondeva i segreti di secoli di traffici. 

Non appena Berna inviò i faldoni della denonciation aux fins de poursuites, iniziò la vera battaglia legale. I loro avvocati, scelti tra i migliori del foro parigino, avviarono una strategia di logoramento sistematico, contestando la validità delle prove svizzere e chiedendo continue perizie che spostavano l'inizio del dibattimento di anno in anno.

Nel frattempo, Jacques e Jessica investirono con cura i capitali ricavati dalla vendita delle proprietà in Svizzera, aprendo attività lecite nel sud della Francia, radicandosi nel tessuto economico per rendere ogni futuro sequestro quasi impossibile.
Intanto, la figlia divenuta adolescente, frequentava  le scuole internazionali di Marsiglia, crescendo protetta dallo scudo legale dei genitori e dalla privacy, diventando parte integrante di quella "nuova vita".

Apparirono su testate come Le Figaro o in prima serata su TF1, presentandosi come imprenditori perseguitati dal sistema giudiziario svizzero, descritto come "arcaico e punitivo".
Sostennero che tutto era stato causato dalla crisi finanziaria globale che ha reso insostenibili i costi di costruzione, e non da una volontà fraudolenta, per creare un clima di benevolenza in vista del futuro processo a Parigi. 
Sostennero che le prove raccolte in Svizzera non sono utilizzabili in un tribunale francese perché ottenute con metodi non conformi al codice di procedura penale di Parigi.
Chiesero persino che ogni singola transazione finanziaria venisse analizzata di nuovo da esperti francesi.

Avevano trasformato il tempo nella loro arma più efficace, sfruttando le pieghe del diritto internazionale per trasformare una fuga in una sicura, seppur confinata, nuova esistenza.

Passarono dieci anni in questa "gabbia dorata", un decennio in cui non poterono mai lasciare la Francia per evitare l'arresto immediato oltre confine, ma in cui godettero di una stabilità che i loro creditori avevano ormai dimenticato.
Poi, nel 2036, nell'aula di un anonimo tribunale marsigliese, si celebrava l'ultimo atto. Mentre la Svizzera chiedeva la condanna, Jacques e Jessica sedevano composti davanti ai giudici francesi, attendendo la parola fine a una vicenda iniziata in un’altra epoca.

Il verdetto arrivò,  la Corte d'Assise ordinò il mandat de dépôt e la Gendarmeria prese in custodia i condannati non appena il presidente finì di leggere la sua sentenza. 
Ma in Francia esiste un articolo del Code de Procédure Pénale, il famoso Articolo 506, grazie al quale l'esecuzione della sentenza è sospesa durante i termini per l'appello e per tutta la durata del procedimento di secondo grado.

Specialmente se  l'imputato ha "garanties de représentation", cioè una casa, una famiglia, legami economici nel territorio come quelli a Marsiglia, che escludono il rischio di fuga.
Specialmente, nella città del milieu corso.

Non passò molto tempo che Jacques e Jessica si lasciarono alle spalle, liberi, il cemento grigio-cenere delle alte mura del carcere di Baumettes III con quelle finestre strette, dalle quali i detenuti possono percepire l'odore della salsedine che penetra attraverso le grate e le feritoie, mescolandosi al sentore chimico di candeggina tipico dei corridoi penitenziari.

E sparirono. Jacques e Jessica si diedero alla fuga.

Solo dopo qualche anno, seguendo la figlia ormai maggiorenne e affermata logista di una società marittima, arrivò la notizia: Jacques e Jessica vivevano a Saigon, in Vietnam, la città degli incontri al Continental Hotel tra i leader del sindacato corso di Marsiglia e la Triade cinese, quando la Francia ancora contava qualcosa in Estremo Oriente.
Vietnam,  una nazione dove la mancanza di accordi bilaterali per l'estradizione obbliga lo Stato richiedente a lunghe e incerte trattative diplomatiche che raramente portano alla consegna del ricercato per reati non violenti.
Un paese dove invecchiare.
 

"Questa è un'opera di finzione. Nomi, personaggi, luoghi e incidenti sono frutto dell'immaginazione dell'autore o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o morte, o fatti realmente accaduti è puramente casuale".