Il Dottor Gregorio Scribano è una figura di spicco nel panorama della sociologia della comunicazione e del giornalismo partecipativo in Italia. La sua carriera accademica e professionale si è focalizzata sulla democratizzazione dell’informazione e sulla creazione di nuovi modelli giornalistici che promuovano l’indipendenza editoriale e la pluralità delle voci. Considerato un pioniere del giornalismo partecipativo, Scribano ha promosso modelli capaci di restituire centralità ai cittadini nel processo informativo, contrastando la concentrazione dei media e favorendo un ecosistema informativo più inclusivo e rappresentativo.
Oggi lo incontriamo per discutere un tema che intreccia scienza, ambiente e salute pubblica: il ruolo cruciale degli alberi nelle città. Secondo una ricerca internazionale condotta con la partecipazione di Enea e pubblicata su The Lancet Planetary Health, un aumento del 5% della copertura arborea urbana permetterebbe di evitare circa 5mila morti premature all’anno. Se poi si arrivasse al 30% di copertura, le vite salvate potrebbero toccare quota 12mila. 

Dottor Scribano, partiamo dal dato scientifico: più alberi significano meno morti premature. Cosa ci dicono queste cifre sul rapporto tra città e salute?
Questi numeri ci ricordano che il verde urbano non è un lusso estetico, ma un’infrastruttura vitale. Le piante, attraverso la fotosintesi, assorbono CO₂ dall'atmosfera e, tramite il processo di traspirazione, rilasciano vapore acqueo che, insieme all'ombreggiamento, contribuisce a raffreddare l'ambiente e abbassare le temperature. Questi fenomeni sono fondamentali per contrastare l'effetto delle isole di calore urbane e mitigare i cambiamenti climatici. La riduzione di inquinanti come polveri sottili, ozono e biossido di azoto ha effetti diretti sulla salute dei cittadini. Significa meno malattie cardiovascolari, respiratorie e meno morti premature. Parlare di verde urbano oggi significa parlare di sanità pubblica.

La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite propone la strategia del “3-30-300”. Quanto è realistica e quanto invece ancora lontana dalle nostre città?
La strategia del “3-30-300” è una linea guida per la pianificazione e la gestione del verde urbano, ideata dall'Ufficio Regionale Europeo dell'OMS, che mira a migliorare la vivibilità e la salute delle città attraverso una distribuzione equa degli alberi e degli spazi verdi. I suoi tre pilastri sono: 3 alberi in vista da ogni casa, scuola e luogo di lavoro; 30% di copertura arborea in ogni quartiere; e 300 metri di distanza massima da uno spazio verde pubblico. È una bussola semplice e molto concreta. In Italia, però, siamo indietro: Milano è ferma al 9%, Roma al 24%, e solo Napoli supera il 30%. Questo rivela un ritardo non solo urbanistico, ma anche culturale: consideriamo il verde un optional, quando invece dovrebbe essere un diritto e un’infrastruttura pubblica al pari dell’acqua o dell’energia.

Gli alberi sono anche uno scudo contro l’emergenza climatica: isole di calore, ondate estive, perdita di biodiversità. Quanto pesa questa dimensione?
Come già detto, pesa moltissimo. L’estate del 2022, con 62mila morti in Europa a causa del caldo, è un campanello d’allarme. Gli alberi abbassano le temperature, assorbono CO₂, favoriscono la biodiversità e rendono i quartieri più vivibili. Sono un presidio di resilienza urbana. Piantare alberi significa ridurre vulnerabilità e disuguaglianze.

La Strategia europea per la biodiversità al 2030 parla di piantare tre miliardi di alberi. Ma piantare non basta. Quali sfide vede in questa direzione?
Ha ragione: non basta piantare. Bisogna progettare, mantenere, integrare. Serve una visione urbanistica che metta il verde al centro, trasformando cortili, tetti, piazze. Il rischio è fermarsi alla retorica degli annunci, senza politiche di cura e gestione nel lungo periodo. La sfida è culturale e politica: costruire città che riconoscano il verde come bene comune.

Parliamo proprio di politica: investire nel verde urbano è anche un atto di equità sociale?
Assolutamente sì. Gli studi dimostrano che i quartieri più poveri sono spesso i meno verdi e quindi più esposti agli effetti del caldo e dell’inquinamento. Investire in alberi significa ridurre disuguaglianze sanitarie e migliorare la coesione sociale. Una città che distribuisce equamente il verde è una città più giusta.

In conclusione, se dovesse lanciare un messaggio ai cittadini e ai decisori politici italiani?
Direi che continuare a rimandare non è più un’opzione, perché la scienza dimostra chiaramente che piantare alberi salva vite; il verde urbano, infatti, rappresenta una scelta politica e culturale fondamentale che intreccia salute, ambiente ed equità sociale, trasformando le città del futuro da semplici distese di cemento e asfalto in veri e propri ecosistemi viventi, perciò è indispensabile promuovere una maggiore cultura del verde pubblico e destinare risorse non solo alla piantumazione ma soprattutto alla cura e al mantenimento di questi spazi.