Nel dibattito politico ed economico italiano, pochi temi sono capaci di toccare corde tanto sensibili quanto quello delle pensioni. E non è un caso. Parliamo del futuro di milioni di lavoratori, dell’orizzonte che si scorge dopo una vita di contributi e fatiche, spesso sottopagata e sottotutelata. È per questo che, prima ancora di addentrarci nel ginepraio tecnico fatto di soglie anagrafiche, coefficienti di trasformazione e riforme promesse o disattese, conviene ripartire da una verità tanto semplice quanto illuminante: quella del “pollo statistico” di Trilussa.
Se uno mangia un pollo intero e l’altro niente, statisticamente ne hanno mangiato mezzo ciascuno. Ma chi resta a digiuno, nel mondo reale, non può consolarsi con la media.
Lo stesso vale per la speranza di vita: dire che si allunga, non significa affatto che si allunga per tutti. I dati Istat possono certificare che viviamo più a lungo, ma sul campo la realtà è più amara. Decine di migliaia di lavoratori non arrivano neppure a tagliare il traguardo delle pensione.
Tradotto, non tutti arrivano a campare fino a 100 anni: tanti, ma tanti lavoratori, 'passano a miglior vita’ prima della pensione, inghiottiti dalla “statistica del silenzio”!
Eppure, nel 2027 scatterà l’automatismo previsto dalla Legge Fornero: l’età pensionabile salirà a 67 anni e tre mesi, proprio in base all’aumento della speranza di vita. Un paradosso doloroso: più viviamo, più tardi andiamo in pensione, ma non tutti hanno la forza o la fortuna di arrivarci.
Negli ultimi trent’anni il sistema previdenziale pubblico ha subìto una mutazione radicale: l’età pensionabile è aumentata, e il passaggio dal calcolo retributivo a quello contributivo ha ridotto sensibilmente l’assegno finale. A parità di contributi, oggi si incassa meno. Il quadro, già difficile, rischia di diventare drammatico con le prospettive future: entro il 2060, secondo alcune stime, potremmo andare in pensione a 71 anni. Un orizzonte che definire “inaccettabile” è un eufemismo.
Non stupisce, quindi, che il Ministro dell’Economia abbia annunciato l’intenzione di “sterilizzare” l’aumento del 2027, anche con un intervento ad hoc, fuori dalla manovra. Più che una scelta, una necessità, non solo sociale, ma anche elettorale. Lo sa bene anche il sottosegretario Durigon, che ha rilanciato l’ipotesi di una soglia pensionistica unica a 64 anni per tutti, indipendentemente dal tipo di carriera, con l’abolizione dell’automatismo legato alla speranza di vita. Una proposta ambiziosa, che prevede di utilizzare il TFR versato all’INPS come rendita integrativa, così da incrementare l’assegno e permettere l’uscita a 64 anni!
Una manovra che ha il sapore del “salva gente” ma anche, e forse soprattutto, di un “salva governo”. Perché il consenso futuro dell'attuale esecutivo di centro destra si gioca sulla concretezza delle risposte a domande cruciali: Vivrò abbastanza per andare in pensione? E se ci arriverò, mi basterà per vivere?
Il sistema italiano, oggi, è tra i più penalizzanti d’Europa. La retorica della sostenibilità finanziaria, spesso invocata come dogma, rischia di oscurare l’equità sociale, la giustizia intergenerazionale, il diritto a un tempo di vita libera dopo il lavoro. È sacrosanto che i conti tornino, ma non sulle spalle di chi ha già dato tutto.
È ora di riscrivere le regole. Con onestà, coraggio e realismo. Altrimenti, continueremo a vivere dentro la statistica del pollo, dove qualcuno si sazia, e qualcun altro resta a becco asciutto.


