Salute

Accesso alle cure in Italia: un divario che si allarga dietro i numeri europei

A livello europeo, l’Italia appare in una posizione relativamente favorevole sul fronte dell’accesso alle cure mediche. Secondo i dati Eurostat EU-SILC 2023, solo l’1,8% della popolazione italiana ha rinunciato a visite o prestazioni sanitarie: una quota stabile dal 2021 e inferiore alla media dell’UE a 20 (2,2%) e dell’UE a 27 (2,4%). Numeri che, presi isolatamente, sembrerebbero confermare la buona tenuta del sistema sanitario nazionale. Ma la realtà, osservata da vicino, racconta un’altra storia.

Il Quaderno n. 4 della Corte dei Conti, dedicato al Servizio sanitario nazionale, mette in luce un quadro ben più problematico. I dati Istat sui Livelli essenziali di assistenza (Lea) mostrano che nel 2024 il 9,9% degli italiani ha dovuto rinunciare a prestazioni sanitarie, in netto aumento rispetto al 7,6% del 2023. Le principali cause sono le liste d’attesa troppo lunghe (6,8%), cresciute di oltre due punti in un solo anno, e le difficoltà economiche (5,3%).

Disuguaglianze territoriali e sociali
Il fenomeno non è uniforme. Nel Nord Italia la quota di rinuncia si ferma al 9,2%, ma sale al 10,7% nel Centro e al 10,3% nel Mezzogiorno. Gli estremi sono significativi: la Sardegna guida la classifica con un drammatico 17,2%, mentre la Provincia Autonoma di Bolzano registra il minimo con appena 5,3%.

Le differenze emergono anche sul piano di genere: le donne rinunciano più degli uomini (11,4% contro 8,3%). Nel Centro Italia, addirittura, il 13% delle donne ha rinunciato a cure mediche, mentre nel Sud il tasso più basso si osserva tra gli uomini (8,5%). Le motivazioni cambiano a seconda del territorio: al Nord e al Centro pesano le liste d’attesa, mentre nel Sud la rinuncia è equamente dovuta a problemi economici e a tempi troppo lunghi.

Età e istruzione: un fenomeno trasversale
Anche l’età incide. La rinuncia cresce fino a toccare il 13,4% nella fascia 45-54 anni, per poi rimanere elevata tra gli anziani. Rispetto al 2023, l’aumento riguarda quasi tutte le classi d’età, con un incremento complessivo di 2,3 punti percentuali.

Neppure il titolo di studio rappresenta una protezione. Rinuncia alle cure il 10,6% delle persone con basso livello di istruzione, l’11,4% dei diplomati e il 10,4% dei laureati — segno che il problema è strutturale e trasversale. Tutte le categorie mostrano aumenti significativi rispetto all’anno precedente.

Un segnale d’allarme per il Servizio sanitario nazionale
Dietro i numeri europei apparentemente rassicuranti, si nasconde un divario interno crescente. Le liste d’attesa interminabili, i costi indiretti delle cure e la disomogeneità territoriale stanno erodendo uno dei pilastri del modello sanitario italiano: l’universalismo.

La tendenza è chiara e preoccupante: sempre più italiani rinunciano a curarsi, non per scelta ma per necessità. Un fenomeno che rischia di trasformarsi da criticità contingente a problema strutturale, minando l’equità e la coesione sociale che il Servizio sanitario nazionale dovrebbe garantire.

In sintesi, l’Italia appare virtuosa nel confronto europeo, ma fragilissima al suo interno. E dietro ogni punto percentuale di rinuncia c’è una persona che ha dovuto scegliere tra tempo, denaro e salute — una scelta che in un sistema davvero universale non dovrebbe mai esistere.

Autore Vincenzo Petrosino
Categoria Salute
ha ricevuto 322 voti
Commenta Inserisci Notizia